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mercoledì 4 luglio 2018 08:30:00

Fantozzi, in versione cinematografica, appare per la prima volta nel 1975, emergendo da una parete degli uffici della Megaditta, scampato ad una clamorosa tumulazione, con la barba di diciotto di giorni e un leggero appetito. Come Paolo Villaggio, anche il ragioniere ha un rapporto complicato col cibo, alternando momenti gargantueschi a proclami di continenza destinati ad essere soddisfatti da sadici dietologi, o da impreviste sepolture murarie. Ad accompagnare il cibo, c'è il bere: una parata di bottiglie, luccicanti di un implacabile riflesso classista, sfilano lungo tutta la serie, e in particolare nei primi due, inarrivabili, film. 

A mettere immediatamente le cose in chiaro pensa una delle prime scene: l'algido distributore di bevande dell'ufficio, dal quale il ragioniere tenta invano di ottenere un misero caffè amaro per ricevere, invece, una generosa dose di zucchero, sputata dallo sfintere metallico con tanto di eloquente verso di accompagnamento. Solo la presenza di uno dei tanti direttori clamorosi addomesticherà la bestia marcata Pejo: cento lire - per colmo di miseria prestate dal ragioniere - per trasformare il distributore in un tripudio di violini, bicchieri di cristallo e Champagne.

Roba dalla pelle delicata lo Champagne, da affidare solo alle mani dei più degni rappresentanti dell'Italia che dà lavoro: direttori, presidenti, e nobildonne. Come la fatiscente contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, chiamata, nel secondo episodio della saga, a varare la nuova nave della Megaditta con il più classico dei lanci, lasciando davanti a sé una marea di contusi e annegati. 

Ricorrente nel mondo fantozziano, lo Champagne è la trincea che separa chi può da chi non potrà mai.  Così, alla vigilia di Natale, su nell'Olimpo del 18° piano, è oggetto di reciproco omaggio tra Megadirettori Naturali e Laterali: millesimo 1612, da accompagnare a panettoni d'oro con zaffiri e ametiste al posto dei canditi

Al bove popolo impiegatizio solo poche volte è permesso abbeverarsi alle spumanti fonti; al ragioniere, perseguitato da un fato con la tessera di Confindustria in tasca, nemmeno quelle. Immancabilmente, un secondo prima di toccare l'ambita coppa, il vetro si infrange ad un passo dalle labbra o un fracco di busse stronca sul nascere quell'istante di celebrazione.

Così un brindisi meschino fracassa il suo bicchiere, calice di coccio in mezzo ai calici di ferro; così il salto del tappo dà il via all'apertura della risorgimentale breccia di Porta Pia, ovviamente in casa sua; così una miserrima bottiglietta scatena le ire dei poliziotti americani durante il Proibizionismo. Un surrogato, al limite, gli è concesso, come lo spumantino consumato nel garage condominiale allo scoccare di una falsa mezzanotte di Capodanno, o gli orrendi due cartoni di Dom Pérignon fatto col bicarbonato consumati durante la serata a luci rosse dell'Ippopotamo. 

Tetragono per destino ad ogni mondanità, in mezzo a quelli che contano Fantozzi sembra sbagliare tutto, fosse pure il giusto calice da cui bere durante l'umiliante cena "del tordo" a casa della contessa. Nella spietata società classista del ragioniere, non solo le etichette, ma persino chi le produce, diventa causa di sofferenze e disagi. Così il tragico giro di presentazioni ordito dalla contessina Serbelloni a Courmayeur, preceduto da una diamantata pazzesca già presaga di tragici epiloghi: la signora Bolla, i coniugi Bertani, la contessa Ruffino, i fratelli Gancia, Donna Folonari, il barone Ricasoli, il marchese Antinori, i Serristori, i Branca e i Moretti, quelli della birra. Un percorso di penitenza scandito da paurose sorsate di birra, destinate a esplodere in un liberatorio, epocale, rutto.  

Nemmeno la leggendaria familiare di Peroni gelata, bandiera del proletariato urbano assieme al frittatone di cipolle e alla parure calze, mutande e vestaglione di flanella, gli spetta: una telefonata del professor Riccardelli gli stroncherà sul nascere l'acquolina calcistica. Persino l'acqua frizzante gli è nemica: a Montecarlo, bardato dentro il suo completo di lana scadente, le quattro casse di acqua Bertier, equivalenti a tre metri cubi di gas compresso, lo faranno lievitare lungo le più alte gerarchie aziendali solo per farlo precipitare meglio alla fine della serata. Come noi, un anno fa, quando Paolo Villaggio ci ha lasciati. A lui dedichiamo gli innumerevoli brindisi che il suo ragioniere non ha mai potuto fare. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)