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martedì 1 aprile 2014 16:30:00

L’Italia ha una buona tradizione nell’uso delle “orecchie” per fare vino.

Ehilà sveglia! Si parla di orecchie dell’uva, le venete “recie”, ossia le ali del grappolo. Che credevate?

I vini così ottenuti prendono il nome Recioto e la loro eccellenza qualitativa è fuori discussione. Che c’entra quindi la Rioja, vi starete chiedendo a questo punto? Risposta: c’entra, c’entra, perché ci sono sempre delle stranissime e fortunatissime singolarità nel modo di fare in vino.

La Bodega Rémirez de Ganuza, il cui nome sarebbe stato ideale se inserito nel  ritornello della simpaticissima canzone che Davide Van de Sfross cantò a Sanremo 2011, è un azienda viticola che ha attirato la nostra attenzione per il vino Rioja DO Gran Reserva.

Gran Reserva è una dizione riservata a vini che sostano in legno e bottiglia per un determinato periodo di tempo, per il rosso sono minimo diciotto mesi a cui deve seguire il vetro per minimo altri 36 mesi, per un totale si affinamento complessivo di cinque anni, per il bianco e il rosato gli anni scendono a quattro (minimo 6 mesi in legno).

Rémirez de Ganuza impiega il Tempranillo per il 90%, riservando il 10% all’occorrenza al Graciano in solitario o accompagnato da Viura e/o Malvasia.

Fino qui niente di particolare e  soprattutto che c’entra tutto ciò con il titolo?

Ecco svelato l’arcano, l’azienda per produrre questo vino usa solo le ali del grappolo (orecchie o recie), opportunamente diraspate, con selezione “chiccale” (acino per acino), raccolte da piante d’età minima di sessanta primavere.

Una volta vendemmiate e cernite le uve se ne stanno al fresco (4-6°C) prima della fermentazione che avviene in tutta in legno (francese e un po’ di americano), poi segue l’affinamento in barrique nuove per un periodo di tempo variabile, per esempio: nel 2004 furono 53 mesi, nel 2006 solo 24 mesi.

I vini escono super concentrati in colore, scuri, tinta blu notte se le condizioni di luce non sono ottimali. I profumi sono un coacervo di spezie, di tostato, di legno aromatico e balsamico,  con sentori di frutta a bacca scura al limite dello sciroppato, con fiori viola appassiti e sentori di una mineralità rugginosa, ferrosa, argillosa.

Il volume liquido impatta con forza alcolica e tannica, crea un sommovimento sostenuto in morbidezza, tanto da sembrare denso. È robusto (e come non potrebbe). I flavor finali sono pieni di intensi ricordi di cioccolato fondente, di ciliegia sciroppata, di pepe appena macinato.

Nel finale si ricompattano le sensazioni, spicca allora un effetto vellutato e un succoso finale al gusto di arancia Tarocco.

Ciò dà l’idea gusto olfattiva di solarità, e così è nella Rioja, dove di sicuro il caldo non manca. Sia Parker che la guida Spagnola Peñín lo hanno posizionato sempre oltre i 94 punti. A  nostro avviso il 2006, che abbiamo descritto, è un vino con un carrello molto carico di sostanze, i suoi pneumatici forse non tengono bene la pressione, e i suoi ondeggiamenti strutturali danno un’idea di pesantezza gustativa, come se il suo corpo stesse ingrassando oltre misura o è un falso magro; loro dicono che avrà bisogno di dieci anni per smaltire le prime esuberanze e poi si modellerà definitivamente nei prossimi trenta. Noi diciamo: perché attendere così tanto!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)