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mercoledì 14 febbraio 2018 09:00:00

L'onda calabra di cui parliamo non è quella cantata dal 2004 dal Parto delle nuvole pesantie nemmeno l'esilarante versione rivisitata per il film Qualunquemente, dove Antonio Albanese veste i panni del vorace Cetto La Qualunque. È un'onda enoica, di vino, invece, e proviene dalle cantine di una regione dove le luci della ribalta sembrano finalmente scaldarsi: la Calabria. Sintesi di un'Italia intera, lambita da due mari e animata da quattro grandi realtà montane (Pollino, Sila, le Serre e l'Aspromonte), il paese "di frasche e di fango" di Corrado Alvaro è una fucina di giovani talenti del vino, pronti a conquistarsi una fetta di successo sul palco enologico internazionale. 

Ne ha parlato recentemente Matteo Gallello, responsabile del progetto "Porthos racconta", che in Calabria è nato e cresciuto. Bene sarebbe partire dal passato - dice Matteo - da Mario Soldati, dal suo Vino al vino, raccolta dei tre viaggi compiuti dal grande scrittore di Torino alla ricerca dei buoni vini di tutta Italia. Sigaro in bocca e mustacchi alle labbra, Soldati inizia da sud, nel 1975, il suo terzo viaggio nella Penisola, illuminando zone della Calabria dove, paradossalmente, cinquant'anni dopo, nessuna telecamera sembra interessata a soffermarsi. 

La pagella calabrese, nel libro, sembrerebbe più incline alla bocciatura che alla promozione, anche se, nell'accusa di eccessiva alcolicità dei vini, pesa il palato dell'assaggiatore settentrionale. Soldati, del resto, già provato dalla fatica dei due precedenti viaggi, ammetterà senza riserve di avere preferito all'anarchia del viaggiatore la progettualità del turista: la scelta di avvalersi dei suggerimenti del locale ispettorato agrario per scegliere le cantine da esaminare peserà sull'oggettività del quadro complessivo. Un quadro, per Soldati, in ogni caso positivo, su cui la regione si è un po' cullata nei decenni scorsi, forte di un passato glorioso e nostalgico. È una Calabria in fase di industrializzazione entusiasta quella che incontra Soldati nella fortunata area del Cirò, nel crotonese. Un'area, quella, così benedetta dai propri frutti da spingere, nel 2010, ad allargare le maglie dell'omonimo disciplinare, nel quale i tradizionali vitigni (Gaglioppo per il rosso e rosato, e Greco Bianco per il bianco) vengono affiancati dai vitigni internazionali, per un quantitativo massimo del 10% dell'uvaggio. 

La decisione non sarà unanime: alcuni produttori, contrari alle modifiche, si ostineranno a produrre i propri vini da autoctoni, in purezza. È la Cirò Revolution, pronta a dare la scossa ad una regione troppo adagiata sulle proprie memorie. Loro, per fare il verso ad un noto gruppo di vignaioli delle Langhe, diventano i Cirò Boys (Cataldo CalabrettaFrancesco De FrancoSergio Arcuri) a cui si aggiungono le Cirò Girls, come Mariangela Parrilla e Assunta dell'Aquila. L'onda calabra, partita da Cirò, correrà senza sosta, invadendo Cosenza per poi lambire, esausta, il territorio di Reggio Calabria, dove i territori di Amendolea, Bianco, Palizzi, Pellaro, San Luca e Stilo promettono meraviglie già alla vista. Tra quei paesaggi sonori della regione tutta, trillano al vento i grappoli di Magliocco e Gaglioppo, assonanti alla pronuncia e dissonanti all'assaggio: colore cupo, tannino fine il primo; chiaro alla vista, tannino imponente al palato il secondo. Accordi e disaccordi, come per tutti i fratelli; così anche per i due rossi della regione, così distanti eppure così vicini, sovrani indipendenti di due regni adiacenti: la costa tirrenica per l'uno, la ionica per il secondo. Verrebbe voglia di richiamarlo Soldati, dall'Empireo dei grandi scrittori, e riportarlo qui, a ripercorrere quei sentieri, a riassaggiare, a riprendere quel capitolo sospeso, che altri, da tempo, hanno ripreso a scrivere, e a vinificare.

Gherardo Fabretti

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)