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lunedì 27 giugno 2016 10:00:00

Nelle nostre esperienze londinesi, correlate ai corsi per sommelier della UK Sommelier Association, che utilizza il nostro regolamento e la nostra didattica, più volte alcuni quotati interlocutori del vino ce lo avevano detto: il mercato dei vini di qualità è per quasi l’80% a Londra e il resto un po’ in qua e un po’ in là, quindi non è Inghilterra. La Brexit può raffreddare quell’entusiasmo commerciale e di consumo che si stava rinvigorendo? Questo è il  tema del quotidiano dibattere di vino nella City e non solo.

Gli importatori avevano supportato il remain, che ha avuto il suo successo nell’area londinese, ma non ha catalizzato l’attenzione e il voto delle terre lontane dal multiculturalismo planetario di Regent Street. Adesso gli analisti di Liv-ex si stanno già preoccupando sulla sorte del Bordeaux 2015 en primeur, perché il rapporto di cambio con l’euro, che immediatamente  è volato in alto, potrebbe pregiudicare gli acquisti di una vendemmia che già era partita in rialzo. Risultato: la Brexit non rinvigorirà il consumo, anzi si ipotizza una retro marcia.

Qualcuno osserva che il timore dell’incertezza sarà lo spauracchio delle prossime strategie di acquisto, e questo non toccherà solo i Bordeaux, già da adesso esposti sul banco delle vendite premier, contagerà tutti gli altri d’Europa, vini italiani inclusi.

L’analisi del mercato del vino inglese è più complicata e intrecciata di quanto non si possa immaginare. C’è anche un export da parte degli inglesi, non certo di produzione interna, ma di commercio, cioè di rivendita nel mondo, basta pensare a Hong Kong e tutto quanto collegato, di vini acquistati nei vari segmenti di mercato europeo.

La presenza di oscillazioni incontrollabili e umorali potrebbe danneggiare la flemmatica politica di prezzo dei mercanti inglesi, perché acquisti diretti in Europa da parte dell’oriente anglofono, non trattati con il cambio Euro-Sterlina, potrebbero risultare convenienti e soprattutto più stabili. Chissà se i mercanti londinesi pensano di aggiornare i listini con effetto immediato per non erodere il margine che servirà a bilanciare i prossimi acquisti? Lo scopriremo a breve! Il timore di queste ore è l’eventuale irrigidimento europeo, visto che – lo dicono gli economisti – i britannici dei benefici economico/commerciali non ne hanno mai fatto a meno.

Ma c’è un’altra preoccupazione all’orizzonte. Tutto ciò che gira intorno alla finanza europea, che aveva nel tempo trasferito nella City le proprie banche di affari, i brokeraggi, addirittura le sedi di rappresentanza e/o fiscali, dovrebbero trasferirsi, ridimensionando enormemente il flusso di sterline che movimentavano in alberghi e ristoranti, e quindi anche in quel consumo del vino corporate e business che ha fatto la fortuna di molte denominazioni, e parlando di Italia di moltissime. Se poi dovessero staccarsi davvero l’Irlanda del Nord, ma soprattutto la Scozia, allora il PIL dell’Inghilterra non sarà più uno united-PIL, ma diventerà un single-PIL, seppur sostanzioso. Decanter.com analizza la questione, ma ancora non riesce a spazzare via le nubi che si sono addensate, però il pericolo è ciò che resterà sotto le nubi: tutti quei grattacieli di finanza e finanza della City resteranno occupati? Chi l’azzecca è un mago!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)