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venerdì 20 settembre 2013 10:15:00

La storia si ripente all’infinito, quasi un’ossessione: i vini di Borgogna sono innanzitutto un prodotto del terroir.

E con questa combinazione spesso salvano capra e cavoli, terroir-izzano mediaticamente le espressioni enologiche che, impiegando le stesse uve, s’avvicinano al loro palcoscenico qualitativo e si creano una cortina ferrea, anche se invisibile, a protezione dei loro prezzi di mercato, riuscendo a differenziarsi in funzione della categoria di appartenenza enologica. Una gerarchizzazione del prezzo che non ha pari e confronti in altri parti del pianeta.

Anche perché viene il sospetto che la parola terroir se la siano rigirata ben bene a pro loro, ampliandone il concetto, che doveva – secondo alcuni – rappresentare una specie di “suolo nativo”, come un qualcosa legato al proprio paese di nascita.

Ciò equivarrebbe a un aspetto e un rispetto delle condizioni naturali di quel luogo, e cioè geologia, suolo, drenaggio, conformazione del territorio, condizioni ambientali, clima, microclima, tutti elementi facenti parte dei fattori fissi dell’ecosistema vinicolo. Poi ci hanno infilato l’abilità tecnica, la scelta dei metodi e degli strumenti produttivi, le condizioni economiche, e infine, per non farsi mancare il companatico, la tradizione, anzi soprattutto quella, perché basata su 2.000 anni di storia nel fare il vino.

E questa definizione è consegnata al mondo, allo stesso modo con cui noi ci presentiamo al prossimo con il nostro biglietto da visita. Il terroir è diventato la business card della  Borgogna, o meglio di una parte di essa, di quella che è riuscita a tassellarlo, come fosse una costruzione lego, vendemmia dopo vendemmia, con un’operazione certosina che è esplosa, a dire il vero più con l’era di wine-searcher, che con i raffronti con gli altri mondi, che peraltro cercano accuratamente di evitare, come quando l’Inghilterra non partecipava ai mondiali di calcio perché avendolo inventato si riteneva superiore alle altre nazioni.

Questo non accadeva – e non accade – solo tra Borgogna e il resto del mondo, ma anche tra i borgognoni.

Ci sono zone che i blasonati mercanti del terroir hanno rinnegato come potenziali espressioni di affinità produttiva, in nome del loro Dio terroir, il cui potere poteva estendersi fino alla scomunica enologica: fa testo il mai riabilitato gamay e il reietto aligoté.

Il Mâconnais non è mai stato considerato nemmeno un satellite di un potenziale status symbol dell’enologia della Borgogna, perché il suo terroir era una sotto serie per destinazione d’uso e non per le risultanze delle analisi di specificità intrinseche ed estrinseche del modo di fare vino con un vitigno, lo Chardonnay, che non lo si avrebbe voluto citato al di fuori della Côte d’Or.

Eppure la zona è riuscita a resistere e poi emergere dai paludosi silenzi di generazioni di vip wine writer, che trovavano una perdita di tempo addentrarsi in quelle zone, per cui annusavano con superficialità quei vini, accostandovisi con scostante interesse e insofferenza.

Poi arrivarono nei vigneti di Mâcon i produttori con il biglietto da visita griffato terroir, come Dominique Lafon di Comtes Lafon e Anne-Claude Leflaive del Domaine Leflaive, e da quel momento il Mâconnais è diventato anche lui terroir di Borgogna.

La vendemmia 2010 dello Chardonnay aveva riservato gradevoli sorprese, poi confermate all’uscita dei vini; il 2011 ha confermato questo trend ascensionale a prezzi irrisori se confrontati con quelli della Côte de Beaune.

Ci hanno suggerito un vino del Domaine Cordier, Mâcon AOC, Clos de la Maison, vendemmia 2011, fatto con uva Chardonnay. La scelta di Cordier è dipesa dal fatto che sembra essere uno specialista dello Chardonnay.

Ha giallo oro, d’un oro nuovissimo che luccica. Molto equilibrata è la complessità olfattiva: ananas, fiori gialli (camomilla e mimosa), un po’ di cera d’api, burro fuso, vaniglia e mandorla bianca dolce tostata. È equilibrato nell’impatto gustativo, con altalenante e fine alternanza di sapidità e morbidezza, tanto da creare un effetto tattile quasi di pan brioche spalmato con burro salato. Probabile punteggio 92/100.

Nel complesso questo Mâcon Cordier crea una sensazione di avvolgenza accompagnata da ottima opulenza; è vero manca quella particolare e unica mineralità del terroir del Montrachet, ma una volta visualizzato il prezzo, il pensiero corre oltre e come cantava De André: con «un solco lungo il viso come una specie di sorriso».

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)