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lunedì 18 agosto 2014 16:30:00

“Dallo Spedaluzzo, fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Podesteria di Radda”, così è scritto nell’editto di Cosimo III del 24 settembre 1716.

Di acqua ne è passata in Val di Pesa, di vino se ne è fatto nel contado chiantigiano e Panzano ha vigne ben radicate nel suolo di galestro, arenaria e alberese, e per trovare condizioni migliori bisogna impegnarsi.

A Panzano troviamo Monte Bernardi Az. Agr. S.S, la cui anima enologica e cuore pulsante è Michael Schmelzer. Qui fanno vini d’eccellenza, sia con l’autoctono Sangiovese, vedi Chianti Classico Monte Bernardi o il fricchettone Chianti Classico “Retromarcia”, che indietro non è mai andato, ma sempre in direzione ostinata e contraria alla standardizzazione. Poi hanno creato anche la Sa’etta, sempre un Chianti Classico (perdonateci l’articolo al femminile) e per bordoleggiare un po’ se ne sono usciti con lo Tzingana.

Vista l’austera filosofia super biodinamica, ci ha sorpreso un po’ lo slittamento “Fuoristrada” da una carreggiata enologica che sembrava impressa nell’ufficialità del vetro.

Invece questo Fuoristrada ribalta il concetto vino di nobile etichettatura e lo vivacizza, come se fosse una metafora allegra e spensierata di una passeggiata non ricondotta a un sentiero segnalato.

Fuoristrada Grillo e Fuoristrada Sangiovese sono due versioni enologiche che trovano la dimensione di confezionamento nel tetrapak, cosa questa un po’ insolita per un’azienda che fa della coltivazione organica  un suo must.

Invece ci piace molto questa non ufficialità, questo gingillo cartonato che sbarazza tutte le convenzionalità e mantiene rigide espressioni produttive, non per ultimo ancora la coltivazione organica.

Il mercato estero ha gradito questa innovazione, ma soprattutto ha apprezzato il fatto che non ci sia stato un ripensamento qualitativo, ma sia stato saldato il concetto del diverso confezionamento con uguale costanza qualitativa.

Fuoristrada Grillo è un pezzetto di enologia sicula incartonata in un bel colore giallo che sembra un packaging VCP. Colore lucido e paglierino, profumi non complessi, ma l’impressione odorosa di limone appena tagliato, di mela da sgranocchiare, di un po’ di erbetta aromatica e un po’ si salinità sono ben in tono con la personalità dell’uva. Il gusto ha nel binomio fresco/sapido la più gradevole combinazione di struttura; una struttura mediamente espressiva, ma molto easy to drink, per una beva estiva (e non solo) molto ghiacciata: un pic-nic wine per fish-barbecue.

Poi c’è anche il Fuoristrada Sangiovese, un vino che pensavamo stile giovin fruttato, invece ha anche un po’ di carattere olfattivo quasi di collina chiantigiana (e non è detto che non lo sia). C’è quella ciliegiosità (così dicono nella conca d’oro di Panzano) ben asprina ma saporita, come di marasca, c’ha anche un po’ di giaggiolo con la sua foglia che sembra sprizzare note d’erba aromatica fresca. Non ha gusto tannico, e questo è un bene: altrimenti perché il tetra? Ha una freschezza un po’ particolare, semi amaricante, come se producesse un retro aroma d’arancia sanguinella. Ha beva gioiosa senza dare l’idea di macerazione carbonica, non è da affinare, ma da scolarsi tra amici, magari con una “farandole” di salumi e qualche formaggio di stagionatura non avanzata, o meglio con pecorino e fave, allo stile di Toscana.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)