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mercoledì 20 novembre 2013 15:00:00

La Toscana ha molti primati in fatto di produzione di vino, però non certo nei numeri, semmai sul passo innovatore che mai si è arrestato da quando alcuni produttori scombussolarono il compassato mercato delle DOC e crearono i Super Tuscan e i vini del Predicato e s’inventarono il Galestro.

Di tempo ne è passato e molti di quei vini si sono allineati alle norme delle denominazioni di origine, non perdendo affatto l’appeal originario.

In quegli anni (1975-1980) di fervore produttivo comparve anche un produttore di vino periferico, cioè distante dalla sacralità blasonata dell’autoctono Sangiovese e dei ruggenti Cabernet Sauvignon e Merlot, era un outsider vero e proprio, così come lo era il territorio, trattandosi del circondario di Fucecchio, Firenze.

Di certo Fucecchio era più famosa come luogo di nascita di Indro Montanelli e per il suo comprensorio del cuoio, non certo per le attività di viticoltura.

Eppure, le cronache raccontano che in quegli anni la Fattoria Montellori, a quell’epoca ancora in piena pubertà enologica, ebbe l’intuizione di produrre il Montellori Brut: un vero momento di evoluzione-rivoluzione per il territorio viticolo della zona, incuneato tra il Montalbano, l’Arno e il Padule.

Da allora, altri produttori si sono avvicinati al metodo classico per fare vino con bolle, è stato usato anche il sangiovese, alcuni si sono affidati a prodotti lavorati in aree spumantistiche, però la versione toscana delle bollicine non ha mai attecchito, è restata una mera marginalità, anche se la qualità non è per niente da sottovalutare.

L’ultima riprova l’abbiamo avuta degustando il Montellori Pas Dosé, Blanc de Blancs, Vendemmia 2007, naturalmente tutto da uva Chardonnay.

La famiglia Nieri ha vigne a 500 m slm, sui pendii del Montalbano. Qui lo Chardonnay trova delle ottime escursioni termiche e un sottosuolo molto apprezzato dalle sue radici. La lavorazione è rigorosamente classica, con regole produttive acquisite e assorbite da un’esperienza ormai trentennale.

Il vino resta in autolisi per oltre 36 mesi, e la scelta di non dosarlo è mutuata dal fatto di voler mantenere integra tutta la personalità dell’uva e del territorio in cui abita.

Ne è uscito un vino dal colore vivace, brioso e luccicante, con tonalità paglierina. Al profumo la spinta odorosa è delicata, il naso si lascia avvolgere da note di spremuta di frutta tropicale, con dintorni profumati di sale marino. Il gusto ha un effetto cremoso sorprendente, dà l’impressione che la pressione del liquido non superi le 4 atmosfere, per cui la forza del pizzicore riesce a coinvolgere tutta la dolcezza della parte fruttata e si lascia emulsionare dalla mineralità.

È un Blanc de Blancs con una personalità gusto olfattiva veramente distante dai cugini della Franciacorta o del Trento, ma è una distanza che non lo penalizza, così come non lo discredita la non appartenenza all’establishment legislativo. Corre da solo, però con un’andatura cavalleresca e fiera, e mentre sorseggiano l’ultimo vezzo del bevante, un pensiero ci viene naturale, anzi un ricordo, per quel Nieri che seminò questo vino e che i più attempati ricordano con il nome di battaglia enologico: il Moro.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)