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martedì 30 gennaio 2018 09:00:00

Tra Mâcon e Villefranche sur Saône, sulla destra del fiume, poco prima che la Borgogna ceda il passo all’alta Valle del Rodano s’estende il macro territorio molto collinare del Beaujolais. Appena sentiamo nominare Beaujolais è immediata l’associazione alla fermentazione a macerazione carbonica e al “nouveau” o al “primeurs”: concretizza tutto il suo appeal commerciale nel “Le Beaujolais Nouveau est arrivé” che si celebra ogni anno il terzo giovedì di novembre. Beaujolais: vino gioviale, tutt’un frutto, da sorbire nell’immediatezza dell’imminente inverno, brillante violetto nel colore e una liquidità beverina che fa si che un sorso tiri l’altro, però da non conservare. Poi "beaujoleggia" oggi, "beaujoleggia" domani, si arriva a scoprire che nel Beaujolais c’è dell’altro: c’è un’enologia di precisione e raffinata, a creare dei vini da custodire in vetro per anni. Si tratta dei cru, quasi dieci eno-comandamenti:  St. Amour, Juliénas, Chénas, Moulin-à-Vent, Fleurie, Chiroubles, Morgon, Régnié, Brouilly e Côte de Brouilly. Ognuno di questi piccoli areali è in grado di forgiare delle personalità organolettiche ben distinte tra loro, nonostante abbiano tutte un minimo comune denominatore: il gamay.

Morgon è un cru un po’ speciale: gode delle dolci pendenze del Mont de Py, di un suolo granitico, argilloso, argilloso-sabbioso e sabbioso. Il colore del suolo si fa rosso ocra per presenza di manganese. Il clima ha effetti tridimensionali: oceanico con influenza del fiume Loira, contaminazione mediterranea in estate e profondo continentale in inverno. Il vino di Damien Coquelet è un Morgon ottenuto da vieilles vignes nel micro areale del Côte du Py, la vendemmia è il 2015 e la gradazione 12,5% vol. Si tratta del fiore all’occhiello della produzione aziendale, da selezione e raccolta manuale dei grappoli e un allevamento in legno di quasi otto mesi, poi via in bottiglia senza filtri o ammennicoli rifinenti. Il colore sembra una fusione di ferro e manganese, di scura argilla, subito colorato di granato (amaranto). Ha tutt’un fruttato odoroso di selvatici piccoli frutti a bacca scura un po’ amarognoli, un legno di rosmarino e granelli di pepe nero tritati; gusto al fondente, in scivolosa consistenza tannica, mineralità in odor di liquirizia e fruttato di mirtillo in morbido paté. Il vino è prossimo alla frontiera dell’esaltante, finalmente con un fluire organolettico non standardizzante.

AIS Staff Writer

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)