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giovedì 8 settembre 2016 12:00:00

Lo scombussolamento (positivo) organolettico più significativo nel mondo del vino può essere datato tra il 1976 e il 1985. Furono quegli gli anni in cui ci si allontanò da un certo tipo di filosofia enologica, che premiava la quantità e s’iniziò a fare piccoli, ma inarrestabili, passi e sforzi verso la sponda della qualità. Nei bianchi fu abbandonato il bianco carta con riflessi verdolino, e da bianco il vino si colorò finalmente di giallo. Il bastone che ha accompagnato quei passi era di legno, spessissimo nuovo, e si chiamava barrique. Quel nuovo si avvalse delle innovazioni del nuovo mondo del vino, con la California sugli scudi, nonché di giovani enologi ed enotecnici. Le varie sfumature “legnose”, dolcemente cremose (l’anglofono creamy), burrose, anche in versione noce di cocco divennero una costante organolettica, al pari di effluvi odorosi di vaniglina, di legno nuovo (l’inglese oaky), per completare poi la complessità olfattiva con le note toffee e di caramella mou. La freschezza del fruttato, la fragranza dell’esuberanza di gioventù accompagnata dal floreale stavano sempre un gradino al di sotto. Passammo dalla freschezza al gusto di spremuta di limone, alla caramella inglese, al pâté di frutta, allo sciroppo, premiando quell’effetto morbido che tanto attirava i neo consumatori d’oltre oceano.

Adesso tutto si sta aggiornando, come una eno-rivoluzione. Nel 1997 i descrittori del vino bianco più apprezzati negli USA, e quindi più continuativi, erano riferibili alla sosta nel legno nuovo, con presenza tra il 55 e il 60% dell’effetto “oak”. Il tono verde, erbaceo, di fiori fragranti non arrivava al 15%. Per quando riguarda la cremosità/burrosità, sia olfattiva sia gustativa, queste gareggiavano con il tono fresco del flavor e del profumo, con equilibrio di presenza tra le parti, tra il 20 e 22%. Per un lungo periodo di tempo questa oscillazione verso l’alto di cremosità, dolce tostatura e succosità morbida e pseudolce piacque e ripiacque, però spesso si sovraccaricava e il vino non la smaltiva più.

Il 2015 ci dà un quadro completamente diverso, in versione “legno no”, ma non per l’uso, bensì per il modo di integrarlo con l’altro del vino, soprattutto frutto e fruttato.

Ebbene adesso il tono di legno dà spunti di prevalere nell’effetto organolettico in appena il 12% dei vini, mentre l’espressione “cremosamente morbida” è scesa dal 20% al 9%. La dominante della personalità del vino è appannaggio delle note fresche del frutto, e comunque note di freschezza in genere, mentre l’effetto verdeggiante, erbaceo, fragrante è quasi raddoppiato, dal 12% al 23%.

Come si nota, la stella del legno, anche se usato a nuovo, non viene fatta più brillare, si preferisce la parte vibrante del profumo e del gusto, entrambi saltano e ballano alla buon’ora, scuotendo gusto e profumo, e lasciano al legno il ruolo di rete elastica. Non siamo certi che ciò sarà il vero futuro del vino bianco, solo il tempo potrà dirci che accadrà. Ci piace molto questa enoica attesa.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)