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martedì 28 agosto 2018 09:00:00

La filosofia enoica della Nuova Zelanda s’è sviluppata nella produzione di vini da mettere sul mercato subito e da consumare velocemente, e questo accade non solo per il bianco ma anche per il rosso. Qualcuno si sta adesso chiedendo se questa scelta sia la conseguenza del fatto che l’ecosistema viticolo non è in grado di garantite un’accettabile produzione di vini longevi, oppure l’azienda è solo interessata all’immediato realizzo economico? La domanda non ha trovato facile risposta nei sommelier, però c’è un aspetto significativo da tenere in considerazione, e che forse testimonia il perché di questa tendenza. In Nuova Zelanda la ristorazione “stellata”, quella che gradirebbe in lista anche le verticali, è minima e non c’è nemmeno una tradizione privata di collezionisti, cosa che è invece diffusa in Europa. C’è anche un interessante particolare da tener presente, ed è quello di una nazione che ha coltivato da pochi anni l’idea di un vino da bersi a tavola. A conforto di ciò basta guardarsi indietro e fino al 1961 i ristoranti non potevano vendere vino, semmai avevano l’autorizzazione al BYO, ciò il cliente poteva portarsi la bottiglia. Solo negli anni Settanta sono apparsi nella carta stampata articoli che riguardavano il vino. Ciò ha permesso di passare da un consumo procapite annuo di 5 litri a inizio anni Ottanta a 20 litri nel 2017. Gli anni di beva sono davvero pochi per plasmare nei degustatori domestici un’attitudine degustativa capace di apprezzare le complicate complessità dei vini maturi, per cui i vignaioli per non correre il rischio hanno deciso di produrre una tipologia “young wine”, e chi s’è visto s’è visto.

Qualcuno sostiene anche che un certo impedimento a sviluppare un’enologia per vini longevi sia l’uso dello screw cup, più propenso a rallentare l’ingresso di ossigeno rispetto alla naturalità del sughero. Al momento, affermano i sommelier, siamo impossibilitati a formulare un giudizio sulla capacità di fare vini capaci di affinarsi in vetro, troppo pochi sono i casi che possono essere portati come esempio, non riescono a fare quota. Invero le potenzialità ci sono, e molta attenzione è rivolta al Cabernet Sauvignon a Hawke’s Bay e al Pinot Noir Central Otago, infine a Martinborough: Craggy Range e Dry River. Un po’ meno convincenti sembrano le potenzialità del vitigno bandiera, il sauvignon blanc, infatti ci sono winery che talvolta lo commercializzano il primo di aprile con un’aggressiva politica sul mercato australiano, che vede anche vendite paghi 1 prendi 2.

La domanda resta pertanto con delle riposte sospese, perché si dovrà attendere ancora una decina di anni per capire se i dubbi odierni si trasformeranno in certezze.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)