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mercoledì 14 settembre 2016 10:00:00

Lo scorso anno fummo colpiti dal boom della vendita del vino sfuso. Quest’anno il trend si sta riconfermando, ma ciò che davvero colpisce è che a un aumento di quantità immessa sul mercato c’è stato anche un adeguamento del prezzo di vendita verso l’alto, tanto che si parla di un prezzo medio che è incrementato di quasi il 16%. Un risultato così positivo sembrava non anticipabile dodici mesi fa, ma certi nuovi mercati stanno dando molto valore a questo segmento del commercio del vino, un valore da cui non sono estranee l’Italia, la Francia e la Spagna, e tra il nuovo mondo l’Australia. Tutto questo sfuso sembra perdersi in miriadi di rivoli commerciali e distributivi, e alla fine il mercato in cui si presenterà è quasi sconosciuto ai più. Però c’è un però. Questo interrogativo del però ha quasi risposta nel mercato inglese, non perché sia un grosso importatore di questa tipologia – la Cina è imbattibile – ma per il nuovo  indirizzo che è stato dato al ex-sfuso, il bag-in-box (BIB) in versione ristorante, quasi fine-dining. È The Guardian a parlarne, quindi questo ci stimola a produrre una minima analisi di una possibile nuova tendenza di proposta di vino al bicchiere. Indubbiamente la repentina e continua ascesa di ricalcolo del gross profit ha portato  più di un ristoratore a cercare soluzioni e alternative con base di costo più economica, e pensa oggi, pensa domani, ecco che tutt’un’tratto è apparso il BIB, o qualcosa di simile, nella ristorazione londinese.

La signora Fiona Beckett, giornalista e scrittrice di vino, accende un nuovissimo elemento di dibattito in merito, proponendo una tesi alquanto avventurosa, ma non infondata. “Era solo una questione di tempo prima che il business del vino prendesse (come sta accadendo) uno stile di servizio assimilabile alla birra: non passa settimana senza che un ristorante londinese, anche di alto profilo, non installi un contenitore per la vendita del vino in versione “alla spina”.

Sorpresi? Direi non più di tanto, visto che è la nazione che quasi ha inventato il “by the glass” di qualità e di sostanza. Cosa dice in merito il marketing e l’office p.r.? S’è inventato che è smart, è funny (divertente), dà idea di rinfrescare l’ingessatura enologica del locale, strizza l’occhio al risparmio e dà un contributo alla sostenibilità ambientale.

Ciò che sorprende in positivo di tutto ciò è il vino che è impiegato, niente espressioni enologiche neutre e impersonali, improntate sul semplice concetto di non costoso. I vini sono tecnicamente ben fatti, pieni della loro sostanza, fruttati da sorprendere e soprattutto giocano sull’appeal del vitigno e della nazione di provenienza. Si va del verdejo al blend francese di malbec e merlot; non manca il vino toscano, addirittura organico, con un gioioso sangiovese in versione rosato e rosso. Il bicchiere al ristorante, con questo sistema, ha raggiunto una dimensione un po’ più umana, scendendo fino a 3,5 sterline per serving:  cosa inimmaginabile sulle tavole di sua maestà Elisabetta II. Questo ha ravvivato anche l’attenzione verso il BIB, ricercato adesso in versione enologica meno standardizzata, tanto che sono arrivati sul mercato rispettabilissimi bianchi dal Sud Africa e chardonnay dalla zona di Mâcon.

Ciò probabilmente ha dato sostanza economica al “bulk wine”, perché i grandi distributori hanno visto in questo revival un’occasione per allargare le prospettive di vendita post-bottiglia. La forbice del vino però s’allarga sempre di più, demarginalizzandosi in modo impressionante, passando da un potenziale prezzo di € 450 per un bicchiere di Romanée Conti, ai 4 € per uno Chardonnay di Mâcon: ma la verità dove sta? Nel mezzo, nel mezzo, verrebbe da gridare, poi, ripensandoci, questo “nel mezzo” è troppo largo e poco mezzo… e lo sconforto ci attanaglia un po’ tutti.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)