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venerdì 23 ottobre 2015 14:15:00

Noi crediamo che una delle cose più complicate che possa accadere a un sommelier sia quello di raccontare la degustazione di un vino fatto da uva fiano, non perché il Fiano sia un vino complicato, semplicemente perché è stato raccontato in tutte le salse, quindi non viene nemmeno voglia di ribollire il solito condimento, ci vuole qualcosa che stimoli.

Lo stimolo l’abbiamo trovato a una degustazione a Firenze, proprio accanto al Forte Belvedere. Qui abbiamo incontrato Raffaele Pagano, che sprizza pathos enologico e calore campano dappertutto, foriero anche di una filosofia enologica tra l’intra e super partes, la cui complicanza esplicativa gareggia con Satyricon di Federico Fellini.

Joaquin Piante a Lapio 2012 ha la valenza interpretativa del Satyricon felliniano, ha slancio elastico e atemporale, processa esigenze d’innovazione organolettiche con rigidità ataviche, ne è un esempio l’uso delle botti di castagno, a cui segue sosta sulle fecce fini per quasi sei mesi e per noi un sospetto di raspetto.

Ha colore oro, Oro di Napoli, ad anticipare episodi organolettici strategizzabili nell’evoluzione delle sensazioni, mutevoli e autarchiche già nel profumo che allontana il fiano da se stesso e s’espande in un alone misteriosamente affine all’ossidativo di preziosa stirpe. Ha profumi di Lillet, d’essenze d’erbe e vapori di bagno turco, scacchiera fruttata a mo’ di crostata e odore di grano sfalciato.

Ha il gusto caldo dell’elisir che evapora nei fumi di un bagno profumato di sale d’oriente, impressiona le papille per proprietà tonificati: è sapidissimo.

Poiché siamo in tempo di guide gli diamo anche un voto, consci del fatto che è un vino per la critica, non per il nazional-popolare. Questa volta lo diamo d’istinto, con pulsione organolettica e con un po’ di paura di esagerare, quindi per la cabala 90.

AIS Staff Writer

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)