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lunedì 15 febbraio 2021 16:30:00

In un bicchiere di Protos Gran Reserva c’è tutta la Ribera del Duero.

C’è la terra arida e polverosa, l’estate infuocata e l’inverno gelido. C’è il tormento di secoli di battaglie furenti, ma c’è anche il fasto della gloria dei Mori. C’è l’irriverenza del guardiano di greggi, il velluto da sottogonna della mujer, l’audacia del cavaliere errante.

Siamo nella comunità autonoma di Castiglia e Leon, dove la Denominación de Origen Ribera del Duero si estende per circa 21.000 ettari vitati che comprendono le Province di Burgos, Soria, Segovia e Valladolid e, come rivela il nome, abbraccia i territori che si affacciano sul fiume Duero.

È una landa ruvida e accidentata, nella quale anche le viti, vecchie di oltre 50 anni, hanno imparato ad essere muscolose per poter trattenere la terra, ché altrimenti scivolerebbe via.

La Ribera del Duero si estende nella parte settentrionale della Meseta, in parte coperta da sedimenti del Terziario. Il maggior volume dei sedimenti è costituito da sabbie a tessitura globulare, strati di limo e argilla, cui si alternano calcare e marne. Nei pressi del fiume e dei suoi affluenti, la sabbia e la marna si accompagnano ad antichi ciottoli di fiume.

Per molto tempo oscurata dalla sicumera della più blasonata Rioja, oggi la Ribera del Duero brilla di luce propria ed è considerata una delle regioni vinicole più importanti del mondo, merito della cocciuta fermezza dei vignaioli di assecondare la personalità della propria terra: qui anche il tempranillo – o tinto fino o tinta del país - non è il medesimo del gemello (diverso) coltivato in Rioja. Con un grande lavoro di selezione, cura e ricerca si è abbandonata la filosofia di produrre a iosa vini economici e grossolani per puntare invece, con nuovo orgoglio, alla definizione di un’identità autentica, con vini certamente meno levigati di quelli della Rioja… ma si lasciano così, a dimostrare che il vino della Ribera non si adegua al gusto internazionale.

A causa delle – inverosimili – escursioni termiche, sia diurne che stagionali, il tinto fino – acini piccoli e buccia dura – genera vini equilibrati e potenti, capaci di custodire a lungo l’originaria acidità, accompagnata dal grande estratto.

Bodegas Protos. Alla fine degli anni ’20, undici viticoltori considerati visionari – alla pari di Don Chisciotte – costituirono la cooperativa “Bodegas Ribera del Duero” per dedicarsi alla produzione di vino di qualità, unico paradigma l’equilibrio enologico che deve rispettare l’identità del territorio. Nel 1982, con la costituzione dell’omonima Denominación de origen, la cooperativa scelse la nuova brand-identity Bodegas Protos, dal greco “primo”. Eh già, perché rispetto alle vicine cantine divenute iconiche, Protos fu la prima a invertire la rotta del vino rustico e trascurato adottando, quali canoni di riferimento, la vendemmia rigorosamente manuale, la raccolta in piccole cassette per preservare l’integrità dei grappoli, la doppia selezione (in vigna e in cantina) e un costante investimento nelle moderne tecnologie.

La cantina si insinua nelle viscere della montagna sulla cui cima si erge il castello medievale di Peñafiel, un colosso di pietra che con i suoi occhi-feritoia sembra oggi avere proprio lo scopo di sorvegliare a vista le bodegas. In un dedalo di tunnel e corridoi, le oltre 8500 barrique di rovere francese e americano lasciano che i vini si godano la loro crianza.

Protos Gran Reserva 2012. Rubino fitto con riflessi granato ancora acceso di luminosità. Al naso l’ampiezza e l’eccellenza s’intuiscono subito: ciliegia matura e prugna essiccata, fiori scuri macerati, caffè, cacao e tabacco Coroj che duetta con l’intensità del legno di tek. Pepe nero, noce moscata e liquirizia, con una nota lievissima di smalto rifiniscono l’eleganza della qualità. Ma è il sorso che conquista davvero, un ingresso vellutato in cui sorprende una freschezza inaspettata. Come il chicco di melograno che prima scivola in bocca per poi rilasciare l’acidità e quel tannino tanto integrato. Al secondo sorso arrivano pomodori secchi, capperi e aceto balsamico tradizionale: un umami tutto mediterraneo. La trama tannica è ben articolata di tannini dinamici e, mentre si gode della lunga persistenza, ritorna tutto il suo fruttato, che dopo aver assorbito la speziatura s’esaurisce elegantemente. “Elaborato” solo in annate eccellenti, il Gran Reserva è soggetto a una macerazione con bucce e fermentazione di 28 giorni a 28 °C. Segue una maturazione di 2 anni in rovere francese (80%) e americano (20%) e 3 anni di affinamento in bottiglia.

L’equilibrio gradevole e l’armonia finemente espressiva fanno di questo vino un autentico pezzo da (oltre) 90!

Federica Bonacchi

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)