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giovedì 8 febbraio 2018 09:00:00

Il rapporto tra Sanremo e il vino non è mai stato idilliaco, e quest'anno Claudio Baglioni e Michelle Hunziker hanno confermato l'infelice relazione. Mentre la Hunziker invitava a libare nei lieti calici con un ipotetico Champagne, Baglioni la riprendeva con la severità dell'enologo consumato: "questo è un festival italiano, si dice spumante". Subito, i quotidiani hanno ripreso l'improvvida conduttrice, ma nessuno  a sottolineare l'improbabile sinonimia proposta dal cantante, diffondendo l'idea di un' uguaglianza fuori luogo tra il generico termine usato per definire un vino spumantizzato e una blasonata denominazione legata ad un territorio specifico. Nel video, quella premura immotivata da accademico della Crusca, in effetti, sembra voler tutelare una lingua anziché un vino.

E dire che Baglioni pare intendersene, non solo a giudicare dalle canzoni (ricordate Un po' di più  e Navigando?), ma soprattutto dal libro pubblicato l'anno scorso, tra le cui pagine il vino fa spesso capolino, come il Sagrantino che ondeggia a bordo di un treno, nei dintorni di Orvieto. 

In verità, in sessantotto anni, le canzoni del Festival di Sanremo hanno ospitato ogni genere di pietanza, ma il vino è sempre stato tenuto alla larga. Domenico Modugno, ad esempio, ce l’aveva con Lilì, quella che per darsi un tono mangiava roast beef e beveva frappè. Fiorella Mannoia preferiva il caffè, nero bollente, mentre Riccardo del Turco, nel suo, non sapeva bene cosa ci fosse. La Gianna di Rino Gaetano aveva grande fiuto per il tartufo, mentre per il Lucio Dalla di Piazza Grande da mangiare c’era molto meno.

A parte l’ormai antologico bicchiere, quello abbinato da Al Bano e Romina a un panino, di vino, invece, a Sanremo non se n’è mai visto. Insicurezze sull'abbinamento musicale? Casualità? O l’aria di perbenismo di cui è intriso da sempre il Festival, calamita per scandali e polemiche destinate a rimanere più impresse delle canzoni vincitrici: le censure a “Gesù Bambino” di Lucio Dalla, il bacio di Benigni a Olimpia Carlisi, il seno di Patsy Kensit, i pancioni di Loredana Bertè, la farfalla di Belen e lo spacco della Leotta.

Eppure tra i partecipanti alle varie edizioni non mancano i nomi di chi, l’alcol in generale, e il vino in particolare, l’ha spesso cantato. Giorgio Gaber, ad esempio, dopo avere messo d’accordo il direttore dell’Onestà e l’onesto disoccupato, avrà forse omaggiato a Barbera e Champagne le quattro edizioni cui ha partecipato.

Francesco Gucciniinvece, col Festival non è mai andato d’accordo, da quella volta che dalla casa discografica tentarono di imporgli due parolieri, affinché modificassero il suo testo per l’edizione del 1967. Da allora il cantautore all’Ariston non s’è più visto, e ha preferito berci su: un po' di vino, alle quattro del mattino, assieme all’angoscia e alla voglia di bestemmiare. Non c’entrava Sanremo quella volta, ma una rivista musicale,  e di certo il vino che dà forza a quel suo ubriaco, “appoggiato sulle braccia, dietro al vetro d' un bicchiere”, non veniva dai colli di Imperia. Più probabile fosse di Modena, un Lambrusco, da bere ad agosto,  tra i dodici mesi il più bello per “inebriarsi di vino e di calore”.

Tirava vento, forse era autunno, invece, la prima volta che Sergio Endrigo beveva vino in vita sua, alla salute di Maria, che tante volte gli rispose no, e un sabato alla fine disse sì. Lo vinse quell’anno, Sanremo, ma non con quella canzone; poi fu secondo, poi terzo, i due anni successivi, fino al 1970. "Che fatica essere uomini", rifletteva; una frase degna di Piero Ciampi.

Per Ciampi, il livornese dalla voce raschiata, nemmeno una vittoria; solo una finale, conquistata nel 1965, grazie a un suo testo, cantato da Gigliola Cinquetti. Ci berrà su, come tante altre volte, con quel vino "rosso rosso rosso", "bianco bianco bianco", bevuto "dentro ad un fosso e in mezzo all’acqua sporca", a godere "queste stelle", senza un cielo a confortarlo.

Niente Sanremo, né amore né denaro né cielo per quelli come lui; e come Fabrizio De André. Lui, sul palco dell’Ariston, come sul pulpito di una chiesa, non era mai salito, ma la sua prima preghiera, quella di gennaio, l’aveva dedicata a Luigi Tenco, morto suicida dietro le quinte. Non è necessario esser credenti, cantava Fabrizio, per versare del vino e spezzare il pane con chi ha sete e fame: è sufficiente la gola, da offrire a un bicchiere. Giancu de Purtufin, magari, il bianco di casa sua: prezioso come la libertà, elegante signora; magnifico come la fantasia, signorina birbante. 

Non un solo bicchiere, ma duemila bottiglie: tante, quelle di una vita; almeno ad ascoltare "Di Vino" dei Marta sui Tubi.  Insignificanti, tutte, perché i conti, nella vita, alla fine si fanno da soli, senza bottiglie a fare da fantesche. Anche per la band di Marsala un Sanremo, nel 2012. Annata mediocre per il vino, dicono gli esperti, ma mediocre, per molti, è anche Sanremo. Baglioni non è d'accordo: "con l’uva che ci hanno portato faremo il vino migliore".  Vino metaforico, s'intende.

Intanto Michelle Hunziker, dopo la prima puntata, per tirarsi su ha chiesto un calice di rosso. Niente bollicine, per carità. Del reale contenuto dei calici della discordia, fino ad ora, nessuno pare abbia chiesto; nemmeno Pierfrancesco Favino, unico membro del trio abbastanza accorto da uscirne indenne. Forse, a salvarlo, il provvidenziale ricordo di una vecchia canzone di Simon&Garfunkel: The sound of silence

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)