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martedì 28 aprile 2015 11:00:00

Così lo scrive Pierre Galet, che tra l’altro classifica quest’uva come tintorea, per cui forse più adatta a tingere qualche altro vitigno, che a farsi tingere. C’è però una certezza: è originario di Kakheti (Georgia), ma lo si coltiva in Moldavia, Crimea, Turkmenistan, Tagikistan, Azerbaijan, Uzbekistan e poi un po’ qua e in là in quella che una volta era l’URSS.

Poi approfondendo, per pura mania enologica, e non certo per la fama delle zone sopra elencate, si scopre che di saperavi  ce ne è più di uno: dal martali saperavi, il migliore, fino al clone 359 e intermedi come gouriisse e kartlisse.

Visto che quelle regioni viticole non è che siano quanto di meglio si possa trovare in una carta dei vini, ci sta che il saperavi (uva e vino) potesse essere alquanto standard, e forse ha appeal perché georgiano e non perché raffinatamente georgico.

Il meglio del suo sé lo offre con la concentrazione cromatica, forse perché è tragicamente poco produttivo: circa 25 hl/ha, un ritmo da carestia. Questo spiega perché lo miscelavano (e miscelano) con uve bianche, così da schiarirlo nel massiccio colore e diluire qualche nota erbacea non proprio chic.

Ne hanno parlato in tanti, ne parliamo anche noi, per quella scombinata maniacalità del voler essere accondiscendenti anche con qualcosa che poi è meteora, e ci chiediamo: ma faremo bene? Oddio, certo che del male non farem!

Indi ecco a voi il Saperavi Grand Cru Akhoebi, vendemmia 2006, Price Makashvili. Ha ancora il colore della notte, blu notte con alba viola, altro che rossissimo o colorino, questo prende di tacco entrambi: però niente di ciò lo collega alla qualità.

Il profumo è un’entrata a gamba tesa nell’erbaceo, un’entrata non vista dell’arbitro, per cui ha fatto il proprio effetto e stranisce in un fruttato di frutti a bacca scura, poco distinguibili, poco isolabili, ma nella loro miscellanea si esteriorizzano odorosamente con buona eleganza. Danno anche l’idea di macerazione, di pressatura, che sia anche questo un po’ anforato come vino? Dopo 8 anni ha perso il suo indirizzo scontrosamente tannico, ammesso e non concesso che lo avesse, e noi siamo certi che no. Ha gusto con volume liquido denso, ma non così saporoso. Fortunatamente qualcosa di interiore riesce a non far sbocciare la gradazione alcolica, ciò lascia spazio vitale all’effetto avvolgente con timor di stucchevolezza. Non siamo di fronte a qualcosa di oustanding, a quel qualcosa che… se non lo degusti ti manca un tassello di esperienza. È un vino che ha ragione di esistere perché il finale di bocca è insolito: foglie verdi aromatiche, essenze un po’ oleose, un’amaricante prugna affumicata, un qualcosa di carbone. Che dire? Se vi capita, assaggiatelo, però se le papille s’irrigidiscono, non datecene la colpa.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)