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venerdì 11 luglio 2014 16:00:00

Il territorio è straordinario, con panorami delicatamente colorati in tonalità verdeggianti, punteggiati dal colore marrone delle vacche Tarentaise e ridondanti dei campanacci del bovino capo mandria.

Dire che ci sono i monti e una perifrasi, giusto quelle vacche riescono a coabitarvi, e insieme a loro, sorprendentemente anche le vigne; entrambi – vacche e vigne – compressi e protetti nel bene e nel male climatico tra le Alpi e il massiccio del Jura.

Tre liquidi personificano la Savoia: acqua, latte e vino.

La vigna ha origine antica e un gran merito della coltivazione può essere assegnato a casa Savoia, visto che quelle terre erano a loro disposizione.

Il ricordo dei vini di Savoia è improntato su uno stampo enologico da clima “freddo”, e  come potrebbe essere altrimenti, immediatamente anticipabile da colorazioni cristalline, con tinte che sembrano nascere dalla cromaticità delle acque alpine in cui si riflette il verde degli aghi di pino.

Sempre propensi a offrire profumi con note vegetali (erbe fresche amaricanti), fiori bianchi che colorato a primavera i campi sottratti alla neve e finale amaricante di scorza di lime.

Strutturalmente hanno un passo saporifero molto vivace in acidità, uno spunto sapido non molto espressivo, un finale mediamente lungo con linea retro nasale amaricante.

Con questo profilo organolettico appaiono spessissimo i vini della Savoia, poi finalmente abbiano scoperto il Domaine de l’Idylle.

L’azienda si trova nel bel mezzo del Parco Naturale del Massiccio dei Bauges, il villaggetto si chiama Cruet, il roboante e grigiastro flusso d’acqua dell’Isère è un lontano miraggio.

Ed è proprio il nome del villaggio che dà il nome al vino oggetto del racconto: Cruet Vielles Vignes 2012, Vin de Savoie.

Il vino è fatto con uva jacquère, un vitigno che possiamo definire valligiano, e qui nelle sponde del fiume Isère lo chiamano anche servagne. La viticoltura tutta al naturale

Il colore ha la progressione cromatica di chi ha vissuto acciaio, anche se una parte s’è presa il legno non nuovo, per cui brilla del suo immacolato verdolino, riesce a crearsi una complessità olfattiva fuori dalla schematicità savoiarda perché interviene uno spunto di pietra focaia, di silex e di sale di roccia che attutisce le esacerbazioni acidule e verdognole di frutta e fiori, le quali si accompagnano da resinosità di abeti d’altura.

L’effetto freschezza è una bomba di vivacità acidula, ma non aspra, ed è qui che ci casca l’asino organolettico dell’equilibrio, perché il senso della freschezza è un senso “elettrico”, crea una scossa papillare che nel finale dell’aroma di bocca si trasforma in salinità. Chiaramente è vino da formaggi grassocci e con sfumata dolcezza di latte non pastorizzato: un vino d’alpeggio, appunto!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)