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giovedì 1 febbraio 2018 14:00:00

"A quarant’anni suonati ho finalmente ammesso a me stessa che non amerò mai il vino. Se altre donne fingono di avere orgasmi, io ho simulato centinaia di reazioni di godimento davanti a centinaia di bicchieri di vino."  Se a raccontarlo fosse stata una donna qualunque, la notizia non avrebbe fatto così scalpore, ma Anne Fadiman non è una donna qualunque. Scrittrice e saggista assai nota negli States, Anne è figlia di Clifton Fadiman, monumento nazionale degli intellettuali americani e rigorosissimo esperto di vino. La calda coltre delle pagine del New Yorker, dove l'articolo è uscito, mitiga forse in parte l'imbarazzo di Anne, ma la salvezza dall'onta dell'abiura viene dalla scienza, come lei stessa ammette: la colpa non è sua, ma delle sue papille fungiformi. Una rivelazione che toglie dall'imbarazzo il 25% della popolazione americana, e un buon 30% di quella mondiale. In giro per il pianeta centinaia di persone cadono ogni anno nella morsa del fenomeno sociale vino: il naso condannato a cogliere inesistenti epifanie odorifere; la bocca costretta a far finta di godere della compagnia di un liquido in realtà alieno.

Per perpetrare con leggerezza la loro menzogna, solo pochi disgraziati possono godere della fortuna di Anne: "mio padre ha educato me e mio fratello al vocabolario del vino già da ragazzini. Messa davanti all’ennesimo Bordeaux, o a un Borgogna, posso buttare giù tutti i termini che ho imparato al tavolo da pranzo (Pétillant! Fillossera! Jeroboam!) e dirigere il vino con aria scrupolosa giù per il centro della mia lingua, il tracciato ideale per ridurre al minimo l’esposizione del mio palato a un sapore che percepivo con sconcertante intensità". L'Haut-Brion 1981, bevuto a casa della più classica congrega WASP, declinato da tutti in bontà, tra mugugni e sussurri di goduria, ad Anne non dice nulla; a parte ricordarle in bocca un deprimente ricordo di tartufo fangoso. 

La risposta ai crucci di Anne arriva da Virginia Utermohlen della Cornell University, e dalla batteria di cinque vini della regione dei Finger Lakes che la rosea e paciosa ricercatrice di scienze nutrizionali le ha dato da bere, con miracoloso apprezzamento da parte di Anne. Perché un metodo classico, uno chardonnay, un riesling e un pinot nero provenienti da vigneti piantati sulle rive lacustri dello stato di New York, le sembrano così gradevoli, mentre il sauvignon blanc piantato nella stessa zona le risulta insopportabile, al pari degli arcinoti californiani e degli ultraterreni Premier Crus di Bordeaux? 

Questione di papille. Troppe; non poche. Anne è un super-palato, capace di amplificare a dismisura tannini, alcool, qualsiasi sostanza acida e soprattutto amara. Troppi, per la sua bocca, gli ormai canonici 15 gradi dei vini californiani; adeguati, i 12 gradi dei vini allevati al freddo del 41° parallelo. Piacevole il corpo esile del pinot lacustre; intollerabili le "pepate" metossipirazine del sauvignon, anche quando è nato al freddo del vicino Canada. La conferma arriva da un test genetico: Anne ha ereditato dalla madre i geni della percezione acuta dell'amaro.

Sollievo o condanna? "Mio padre amava il vino più ardentemente di qualsiasi altra cosa, parole escluse. Ha fatto da giudice nelle gare, fornito introduzioni per cataloghi, ed è stato co-autore di un intero libro (quasi quattro chili di peso) sul vino. Nessun altro cibo, o bevanda, gli ha mai regalato maggiori emozioni; nessun altra occupazione lo ha fatto sentire più distante da quei vicini immigrati di ceto medio-basso di Brooklyn dai quali è riuscito ad allontanarsi lavorando duramente. Sin da quando avevo dieci anni, e mi porgeva vino annacquato (meglio, acqua macchiata di vino), ho sempre creduto che se fossi stata davvero figlia di mio padre avrei amato anche io il vino come lui". E invece no. 

Se anche voi, poggiando il naso dentro un bicchiere di Bordeaux, non riuscite a scovare altro che niente; se in bocca vi sforzate di apprezzare qualcosa di simile ad una saponetta esausta, consolatevi: potreste essere dei super-palati, o non avere nulla a che fare con uno dei vostri genitori. In entrambi i casi, non sarebbe necessariamente un male. Al massimo, potete sempre stappare una bottiglia di riesling dei Finger Lakes

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)