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mercoledì 18 ottobre 2017 16:15:00

Nel gennaio 2016 trattammo il tema della crisi dei vini dolci e di quelli fortificati, ovvero Sauternes, Porto e Sherry, e giungemmo alla conclusione che trattandosi di “slow wine” la moderna energizzazione della rete social e la frenesia dei click non giocava a favore di questi prodotti, che inquadrandosi anche come vini da dialogo face to face, rischiavano si non attirare le nuove generazioni di consumatori.

Il concetto che le nuove generazioni non avvertano appeal per i vini fortificati è stato oggetto di un bel report di wine-searcher, dal quale abbiano elaborato alcune analisi e considerazioni su questa tipologia, che non vede implicati nel cerchio della criticità solo Porto, Sherry e Madeira, ma potrebbe riguardare anche il nostro Marsala e altri.

Il primo aspetto di criticità del prodotto che ci sentiamo di avvalorare è il fatto che a questi vini sia restata addosso l’etichetta fashion del tempo passato, e sembra calarsi con armoniosa perfezione nell’età del gusto dei nonni, se non addirittura delle nonne vestite di nero che li costudivano come un elisir (al pari del nocino), o come per il Marsala lo usavano per fare lo zabaione da offrire ai nipoti come scaldino corporeo in quella civiltà antecedente l’ultimo economico boom.

Lo Sherry poi sembra aver perso il treno dell’aperitif style  e non si riesce più a collocarlo in una combinazione con il cibo, rendendo la discesa nella vendita quasi una slavina. Anche i mercati tradizionalmente consumatori di vini fortificati hanno girato le spalle ai prodotti, in primis il Regno Unito, ma anche l’Italia ha fatto la sua parte. La ciclicità del mercato sta salvando il Madeira dopo anni di semi oblio, sperando che possa diventare un trend e non la solita fiamma accesa dalla fluttuazione dei gusti modaioli.

In buona sostanza quelle realtà enologiche che si sono attrezzate in comunicazione e formazione del pubblico, sia individualmente sia consorziate, stanno iniziando a riscontrare dei passi in avanti, e il Porto s’è proposto come apri pista.

Ciò ci mette nella condizione di riaffermare che comunicare il vino formando/educando il consumatore al suo apprezzamento, più che a un consumo tout court davanti a un banchetto di degustazione sta diventando un’arma vincente. Lo sapevano e lo sanno ancora i francesi che se ne vanno in giro per il pianeta a fare masterclass con i loro sommelier. In Italia questo accade raramente, spesso preferiscono affidarsi ai giornalisti anglofoni, di certo preparatissimi e appassionati, ma – supponiamo in cuor nostro – non così naturalmente appassionati  (e preparati) come un esperto (e preparato) domestic sommelier.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)