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venerdì 6 luglio 2018 08:30:00

Vogliono porre fine "allo scimmiottare francese con un languido Rosé oppure con il participio passato di un verbo che non esiste, l'abusato Rosato". La breve nota viene da Lecce, ed è stata scritta tra i padiglioni della manifestazione Rosèxpo. Una provocazione, sia chiaro, con l'obiettivo di "recuperare l'identità, l'italianità raccontando l'unicità delle storie di famiglia o di campagna che si celano dietro le etichette e prendere coscienza del valore dei propri prodotti". 

Se la parola rosé nella lingua francese è radicata da secoli, documentata già alla fine del 1100 nelle opere del poeta Jean Bodel, l'italiano rosato compare all'inizio del Trecento e meriterebbe, forse, un po' più di indulgenza.

Non participio passato di un verbo che non esiste, come vorrebbe la nota, ma aggettivo dotato di propria autonomia, e di solida tradizione storica. Rosato, ironia della sorte, appare infatti per la prima volta nella letteratura italiana in lingua latina giusto per definire il vino del colore della rosa: fu Pier De' Crescenzi, nel suo trattato Opus ruralium commodorum (1304 - 1309) a parlare di "rosei coloris", poi tradotto già nel 1561 con l'italiano rosato

L'aggettivo, declinato al femminile, compare nel XXX canto del Purgatorio di Dante Alighieri, facendo da sublime sfondo al tanto atteso incontro del poeta con l'adorata Beatrice: "Io vidi già nel cominciar del giorno / la parte orïental tutta rosata, / e l’altro ciel di bel sereno addorno". Sono rosate, poi, le labbra, per il Petrarca dei Trionfi. E la disperata Lisabetta da Messina, protagonista della quinta novella della quarta giornata del Decameron, innaffia di acqua rosata il vaso di basilico dove riposa la testa mozzata dell'adorato compagno. 

Proprio la Lisabetta di Giovanni Boccaccio, col suo innaffiare disperato, restituisce all'aggettivo rosato un secondo significato: tonalità frutto di infusione del fiore della rosa nell'acqua, o di un estratto a base di rose. Un profumo non tanto distante da certi sontuosi vini prodotti in Puglia. 

E che dire del Trecentonovelle di Franco Sacchetti, gustoso narratore del Trecento, e delle Cronache di Giovanni Morelli, di qualche decennio più giovane, pronti con le loro storie a calarci nella vita toscana dell'epoca, coi loro usi e costumi, abiti compresi? Una Firenze dove il rosato, ancor prima di un colore, indicava un morbido ed elegante panno di intuibile tonalità. Saranno poi così pochi i vini rosati della regione avvicinabili idealmente, al palato, a quei morbidi panneggi?

Passi l'antipatia per il transalpino rosé ma il vino rosato non ci sembra debba scontare particolari colpe, anzi, alla luce di tanto bendidìo letterario, potrebbe persino godere di una diversa campagna di comunicazione. Immaginiamolo pure come participio passato di un verbo che non c'è, un fantomatico "rosare", da interpretare liberamente come "aggiungere di rose una bevanda, o un cibo". Avrebbe poi un significato così sgradevole? 

Nel vino rosato brilla un frammento di umanissima mano; è il vino rosa, forse, ad adombrarsi di un cenno di truffaldina manomissione. Non sarebbe un azzardo, al di fuori dalle licenze di una campagna pubblicitaria, proporre alla gente di bere vino rosa?

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)