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lunedì 14 gennaio 2019 10:00:00

Supponete di abitare nel Maryland. Ricco, liberale e tenacemente democratico, non vi mancherebbe nulla per vivere bene, a parte un vino dei Finger Lakes di cui non potete fare a meno. Prodotto nel vicino stato di New York, un qualsiasi negoziante della città potrebbe spedirvelo dopo aver ricevuto il vostro ordine su internet, ma non lo farà.

Il negoziante di New York, infatti, non ha una licenza per spedire a Baltimora; e nemmeno il produttore del vino ne ha una. Senza licenza nessuna bottiglia di vino lascerà il suo scaffale per occupare quello di un altro stato, a meno di non pagare una multa, o di finire in guai peggiori. Non vi resta che mettervi in auto e impiegare tre ore per raggiungere di persona il venditore. E Dio non voglia che il vostro vino preferito si trovi in una piccola cantina dell'Oregon! 

Il fatto è che gli USA, quando si parla di vino, e di alcolici in generale, sono meno uniti di quanto si possa pensare. Sin dalla conclusione del Proibizionismo, nel dicembre del 1933, a ciascuno dei cinquanta stati federati è stata concessa massima discrezione nel regolamentare le leggi sull'alcol a casa propria. Il risultato è un puzzle di regolamenti e divieti composto da oltre tremila tessere, tante quante le contee che compongono la nazione, ognuna libera di fissare condizioni, limiti e divieti a vendita, trasporto e consumo di alcolici. 

Al 2017, ad esempio, erano solo 14 gli stati che consentivano in maniera chiara ed esplicita ai negozianti (ma non ai produttori) di spedire alcolici in altri stati: Alaska, California, Idaho, Louisiana, Missouri, Nebraska, Nevada, New Hampshire, New Mexico, North Dakota, Oregon, Virginia, Washington, D.C., West Virginia e Wyoming. In tutti gli altri stati è necessario richiedere - e ottenere - un'apposita licenza. 

Per molto tempo - in verità - l'applicazione delle leggi è stata tutt'altro che intransigente, quando non vaga, e molti rivenditori statunitensi hanno spedito vino fuori da casa in totale serenità, magari facendo la spesa in stati a bassa tassazione sull'alcol per rivenderli con maggior margine. Una grossa mano, in questo senso, veniva da una nota sentenza del 2005 della Corte Suprema, conosciuta come Granholm v. Heald, che ratificava il diritto delle cantine di spedire i vini acquistati dai turisti anche quando essi abitavano al di fuori dello stato dove si trovava la cantina. Una sentenza, da allora, interpretata in maniera piuttosto estensiva, coinvolgendo anche i negozianti. 

Qualcosa negli anni, però, è cambiata, e i grossisti - distributori di alcolici, dai quali normalmente bisognerebbe passare nella stragrande maggioranza degli stati, hanno fatto sentire la propria voce, premendo per una applicazione severa dei regolamenti. Una voce, quella dei grossisti, decisamente più pesante di quella dei dettaglianti, almeno a guardare le cifre versate dai primi in donazioni elettorali: 2,7 milioni di dollari solo a New York, contro i 678.000 dei negozianti.

Quella dei grossisti potrebbe sembrare una battaglia esagerata, se non fosse per un piccolo particolare: tra la miriade di dettaglianti del paese ce n'è uno un po' diverso dagli altri. Parliamo di Amazon, che nel 2017 ha acquistato, per 14 miliardi di dollari, la catena Whole Food Market, con oltre 400 punti vendita. E se a New York la legge limita ad un unico punto vendita della medesima catena il possesso di una licenza di vendita fuori dai propri confini, così potrebbe non essere negli altri 49 stati. La guerra, insomma, è appena cominciata: se i grossisti sono agguerriti, la potenza di fuoco di Jeff Bezos non è certo limitata. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)