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martedì 5 febbraio 2019 10:00:00

La pesante svalutazione della lira turca, che ha già costretto il governo della Turchia ad alzare di parecchio il prezzo di gas ed elettricità, potrebbe essere, d'altro canto, la spinta ideale all'esportazione di vino. Questa la tesi di un giornalista di Bloomberg, Ross Kenneth Urken.

Il consumo di vino in Turchia: da Atatürk a Erdogan 

Dalla caduta dell'Impero Ottomano, nel 1922, la Turchia ha incoraggiato l'ampliamento delle aree destinate alla coltivazione della vite, fino a diventare la quinta nazione per superficie, dopo Spagna, Francia, Italia e Cina. Il vino turco iniziava a far parlare di sé, quando l'elezione a presidente dell'islamista Recep Tayyip Erdoğan, nel 2014, ha invertito la tendenza. "I giovani di una nazione - ha detto Erdoğan - "dovrebbero essere protetti dalle cattive abitudini", e non dovrebbero essere liberi di "vagare in uno stato di euforia giorno e notte", per usare il suo eufemismo. Per scoraggiarne il consumo, le tasse sugli alcolici sono da allora pesantemente aumentate. I dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica turco parlano chiaro: negli ultimi 15 anni il prezzo della birra è aumentato del 618 per cento; quello del distillato più famoso, il raki, del 725 per cento. I dazi doganali sull'importazione di vino sono pesanti: i prezzi salgono del 50 per cento se il vino proviene da paesi UE e del 70 per cento se extra UE; l'IVA è al 18% di IVA e le accise vanno da 1,75 €/l per il vino agli 11,75 €/l per gli spumanti. Ulteriori restrizioni sulla vendita provengono dai regolamenti per i dettaglianti: dal 2013 i negozi non possono più vendere alcolici dopo le 22 e, se nel raggio di 100 metri c'è una moschea, non si possono vendere e basta. Una politica proibizionista curiosa, per un paese di 78 milioni di abitanti di cui l'80 per cento si dichiara totalmente astemio. 

L'alcol in Turchia: bene di lusso per un popolo astemio?

La Turchia, secondo l'ICE, è la quinta nazione al mondo per superficie coltivata a uve - ha detto Fabio Pizzullo, vicepresidente di ICE Italia in Turchia - ma è il secondo paese con il più basso livello di consumi tra i paesi membri dell'OCSE: l'assunzione media di alcool è di circa 1,6 litri annui. Un paese strenuamente laico per quasi un secolo - fino alla svolta di Erdoğan - sembra composto da un popolo che nella maggior parte dei casi giura di non avere mai consumato una goccia di alcol in vita sua. Nel computo delle uve, certo, pesano le varietà da tavola e da uva passa, e se lieve incremento di consumo del vino c'è stato - dicono dall'ICE - è merito dei resort turistici e delle grandi città, dove a dominare sono i più giovani e i più benestanti, l'occidentalismo è più duro a morire e le grandi marche internazionali continuano a essere presenti. Le enormi aree rurali del paese, invece, sono - o dichiarano di essere - immuni alla febbre di Bacco. Per evitare di dover sborsare centinaia di lire per una bottiglia, intanto, i giovani hanno cominciato a produrre birra in casa, mentre i più coraggiosi si sono orientati verso la distillazione domestica del raki, assolutamente vietata dalla legge. Più ardua, ma attiva, anche la produzione di vino. Pratiche comunque diffuse, che messe in relazione con le sempre più proibitive leggi volute da Erdoğan, gettano forse una luce diversa su parte di quel famoso ottanta per cento di astemi, difficilmente smentibile se l'alcol se lo fa in casa. Le leggi sembrano pesare, almeno in parte, anche sull'estensione della superficie vitata, contrattasi, negli ultimi cinque anni, del venti per cento - in verità - anche per le limitazioni del mercato UE sull'uso dei fitofarmaci e i rapporti altalenanti con il primo cliente, la Russia. 

Vino turco: quale futuro?

Non trovando ampi sbocchi interni, il vino turco potrebbe beneficiare, allora, della pesante svalutazione della lira nazionale. La svalutazione della lira turca - secondo alcuni -  compenserà  le elevate tasse sugli alcolici per i produttori. Anche se in questo momento, le esportazioni totali di vino della Turchia sono modeste (circa 10 milioni all'anno, nulla rispetto ai 10 miliardi della Francia), l'organizzazione Wines of Turkey crede nella tesi, e sta lavorando per diffondere all'estero la conoscenza del vino turco. Particolare attenzione sembra dedicare a vitigni come il Kalecik karası, coltivato principalmente nella regione di Ankara, l'okuzgozu (che significa "occhio di bue") e il tannico bogazkere , traducibile, non a caso, come brucia gola. Anche la Turkish Airlines ha deciso di dare il proprio contributo, servendo a bordo vini nazionali e veri e propri seminari di abbinamento in volo per i passeggeri di classe business. Alcuni chef poi, come José Andrés, hanno preso da tempo a proporre vini turchi in carta. Uno sforzo encomiabile, anche se è ancora presto per tirare conclusioni. Poco conosciuti, di qualità variabile da pessima a eccellente, zavorrati dalle tasse, i vini della Turchia attendono ancora il loro momento.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)