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giovedì 31 ottobre 2013 14:30:00

L’Aube con la sua immagine mistica e templare s’è ritagliato con tanta difficoltà uno spazio qualitativo nello Champagne, però, a pensarci bene, ancora non è stata del tutto superata la questione della Champagne Deuxième Zone, perché oggi coloro che presentano lo Champagne, poco e niente specificano di un prodotto ottenuto genericamente tra la Montagna di Reims e la Côte des Blancs, invece se proviene dal sud è frequente sentirsi dire: ma questo è dell’Aube.

Spesso questa affermazione viene posta come a giustificazione di qualcosa di non simile, come se per forza allo Champagne dell’Aube dovesse mancare qualcosa rispetto al nord, anziché interpretare il tutto come un’altra condizione o idealizzazione dello Champagne.

Infatti le unità champagnistiche della Montagna, della Côte e della Vallée sono ufficializzate anche come segmenti di terroir, l’Aube no! Lo spingono in un mondo a parte, eppure se prendiamo singolarmente qualcosa della Vallée e qualcosa dell’Aube non è certo che la spunti la Vallée, anzi siamo certi che nell’Aube il terroir sia più terroir.

L’Aube è dominato dalla coltivazione del Pinot Noir, solo un piccolo villaggio si estranea da questa convenzionalità: Montgueux.

Il territorio pur classificato nella Côte des Bar (Aube) sfiora l’unicità in questa zona. Innanzitutto è una piccola collina tutta piena di gesso che affonda nel sottosuolo fino a 60 metri. Insieme al gesso troviamo il silex, che consente di far passare nel vino quello che in zona chiamano una mineralità speziata, e quindi della complessità. Il suolo è vecchio di 13 milioni di anni, molto di più di quello della Côte des Blancs. Tutto queste situazioni fanno sì che l’uva maturi e che si nutra di quell’eccezionale umidità che solo il gesso consente.

A Montgueux ci sono 173 ha di Chardonnay e 24 di Pinot noir, i coltivatori di uve sono 74, mentre i produttori si contano sulle dita di una mano.

È un prezioso serbatoio per molte grandi Maison perché qui lo Chardonnay è di qualità eccellente.

Uno dei produttori di Champagne è Jacques Lassaigne, il suo peggior difetto è la maniacalità.

Tutto nel processo produttivo, dal pianto in vigna a fine febbraio, al momento di cui la bottiglia scivola nel cartone, tutto deve essere in un certo rigoroso e  codificato modo.

È tutto manuale. I lieviti non sono solo naturali, sono artigianali, e solo se nascono grossi problemi si interviene, allo stesso modo il vino viene lasciato tale e quale, pochissima rifinizione e assenza di filtrazioni.  Ha un’ossessione pura verso lo Champagne che sembra gasato, come quello che si ottiene con 30 giorni di tirage, il suo Champagne si prende più di 90 giorni per crearsi il pianeta perlage.

La sua sana maniacalità ha investito anche l’operazione del remuage, che effettua con gyropalette, però modificate per far sì che il tempo di intervento sia più lungo dei canonici 6-10 giorni, (le big house lo fanno anche in 3 giorni e mezzo). Lassaigne ci mette fino a 14 giorni e lo scuotimento è molto, molto, più gentile: dopo tanto riposo il risveglio non deve essere brusco, affermano in cantina.

Lo Champagne Jacques Lassaigne “Le Cotet” è Chardonnay in purezza, una cuvée multi millesimata che sfrutta il 95% della vendemmia 2008 e la completa con vin de réserve 2006/2004 e 2002, ha il dosage extra-brut.

Dorato al colore, però luminoso, con esplosione brillante nel perlage. All’olfatto il primo gradino ricorda del burro spalmato sul pane, poi narciso e iris bianco, infine uno spiffero di polvere di gesso.

Al palato la mineralità e la freschezza degli agrumi si combattono aspramente per evidenziare la prevalenza gusto olfattiva, che compone un sapore di semifreddo alla frutta esotica e al sorbetto di limone giallo. Ben accetto è il finale d’aroma, un po’ salino e un po’ brioché, un finale che dà un segnale inequivocabile all’evoluzione del prodotto, sarà equilibrato nei prossimi due anni.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)