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mercoledì 2 settembre 2020 10:30:00

Quando si parla della Casa Vinicola Scarpa si traguarda, a ritroso, quasi il doppio secolo, infatti è stata fondata nel 1854. A mio parere è sempre stata una delle magiche interpreti della piemontesità vinicola, e ricordo con molto entusiasmo a fine anni Settanta le memorabili degustazioni (forse bevute) di un vino molto curioso per noi toscani: il Ruchè, proveniente da quel Monferrato spesso oscurato dalla fama dall’area langarola. L’aspetto più eccitante di quel vino era la gradazione alcolica, molto più alta di quella dei rossi di Toscana, Brunello incluso; e ancora più sorprendente era il fatto che quell’alcol non portava sbilanciamenti alla struttura gusto olfattiva del vino, che ancora oggi ha mantenuto tutta la sua classe. Poi c’era un altro vino, oltre alla gamma creata da nebbiolo e barbera, il Brachetto. Anche in questo caso l’enologo di Casa Scarpa si distingueva per un’interpretazione del vino diversamente piemontese, o forse più nicese: la versione era (ed è ancora) a gusto secco e fermo, osannato millantavolte da Luigi Veronelli. Oggi quel vino nasconde alla vista il nome del vitigno brachetto e si chiama La Selva di Moirano, Vino Rosso, e ogni anno ne producono circa 3500 bottiglie. Le vigne si trovano tra Acqui Terme e Castel Rocchero, in un’area vigna-poderale chiamata “I bricchi”. L’altitudine è ideale, 350-450 metri con esposizione sud ovest, il terreno invece miscela argilla, sabbia e limo.  A Casa Scarpa indicano il suo potenziale di cantina di cinque anni, dopo i dodici mesi di botte e altrettanti di bottiglia.

Durante un’eno-escursione all’Enoteca Marcucci di Pietrasanta, eccoti il patron mettere sul tavolo un La Selva di Moirano dell’anno 2006, che ricordo è un brachetto, gradi alcolici 13,5. Parlare di brachetto rimanda immediatamente alla versione carbonica e dolce, e forse non tutti sanno che la versione tranquilla era suggerita come aperitivo (servito a 14 °C) ed era bevuto a tutto pasto a inizio Novecento: e in quegli anni il pasto non era così macrobiotico come talune versione odierne. La domanda è stata: che attendersi da questo Brachetto, giacché la Maison Scarpa non invita a conservarlo per dieci anni? Si resta senza risposta, e con un po’ di sana ansia venata da uno spillo di scetticismo che rievoca addirittura una melanconia allegorico-alighierica, come una selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura: paura per un La Selva ormai finito. Il tappo, nella parte inzuppata di vino, offre un profumo di sciroppo di ciliegie, lungo il cilindro è pulitissimo, stai a vedere che ha retto: mah, eppure è un 2006. Il vino scivola nel bevante direttamente dalla bottiglia, la poca luce che colpisce il liquido esalta dei riverberi di un granato intenso ancora venato da carminio, ha buona consistenza. La curiosità cresce. È delicatamente intenso all’olfatto, come se volesse chiedere permesso al naso, poi una volta entrato spande note mature di piccoli frutti (mora di gelso, tummelberry e dattero cinese), di rosa, glicine e viola appassita accompagnati da frivolezze aromatiche di pino, di lauro, un po’ di spezia dolce e un fondo di crema gianduia. Entusiasma la fusione del bouquet. L’espressione gustativa è da manuale di logica organolettica. Finissima la sua liquidità, si cede al sorso e scivola, prima con un effetto tattile di vellutata rotondità aiutata da un tannino timido e una saporosità discretamente sapida, ma saporitamente “fresca”. Ecco, la sua magia gusto olfattiva ha ancora una finissima punta di “selvatico fruttato” che energizza il suo volume liquido, se isoli la mente ti puoi sognare un pinot nero di Chambolle-Musigny. Il finale di bocca è invitante, cioè ti invita a sorseggiarlo di nuovo.

La Selva s’è allontanata dalle paure dantesche, né selvaggia, né aspra, tanto che nel pensier rinovala paura, però quella di non poter incontrare di nuovo il millesimo 2006 (ne produssero 2503 bottiglie). Mentre La Selva di Moirano si affievolisce nella sua raffinata persistenza, il pensiero d’incanto va a ciò che Marilyn Monroe e al suo amore per la scarpa (scarpe): Io non so chi abbia inventato i tacchi alti, ma tutte le donne gli devono molto. Invece si conosce chi ha inventato quel tacco chiamato La Selva di Moirano e a quella Scarpa i degustatori devono molto. Cheers.

Roy Zerbini

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)