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martedì 8 luglio 2014 15:15:00

L’aria del Mar Ligure e del Mar Tirreno è un toccasana termalizzante per l’uva vermentino, la cui salute qualitativa sembra gradire la combinazione talassoterapica che si attiva nelle terre vicine all’acqua marina.

In un certo senso i toni vegetali e minerali dell’uva hanno dei rimandi olfattivi alla salinità, ai minerali marini, alle amaricanti e sapide alghe, tutti ingredienti questi che sono parte attiva delle cure talassoterapiche. In più da quelle coste asciugate dalle brezze e seccate dal sole, l’uva assorbe quelle entusiasmanti nuance di garrigue.

Alla parola vermentino il primo collegamento che si attiva è Liguria: giustamente. Poi si spazia in Toscana, in Sardegna, e i più snob arrivano anche a parlare di Rolle in Provenza.
Spessissimo ci dimentichiamo del vermentino della Corsica, forse per via della sua indole autonomista, al pari – se non di più – di tutta la storia dell’Isola.

Ma non è di storia che si vuole scrivere, ma di vino: vino da vermentino fatto in Corsica.

Ci ha sorpreso in positivo il vermentino della Corsica, se non altro per essere non uguale al vicino stampo enologico sardo e abissalmente distante da quello ligure, figuriamoci da quello di Toscana e dal Rolle.

Cos’ha il vermentinu di diverso? C’è tutto un mare intorno, e questo non è poco, poi ci sono le differenze altitudinali dei vigneti, la possibile lontananza dal mare e i rilievi montuosi che possono raggiungere i 2000 metri.

Terreni scistosi, ciottolosi e calcarei completano il quadro del terroir, a cui va aggiunta una situazione di escursione termica incredibile, per essere sul mare, ma è l’effetto della conformazione montagnosa.

Forse è quell’essere d’indole più montanara che marinara che ha indirizzato la produzione e l’interpretazione del vermentinu verso una struttura sapido/minerale, piuttosto che rinfrescantemente acidula.

Queste condizioni pedoclimatiche disegnano definitivamente l’immagine di un vermentinu organoletticamente autonomista rispetto ai vicini fratelli.

La prima sorpresa sta nella resistenza all’affinamento in vetro. È una resistenza non difensiva, ma giocata sulla linea dell’intercettamento gusto olfattivo di quegli equilibrismi sapido/acidi che nello sbilanciarsi in sapidità creano condizioni qualitative di sottile e raffinata eleganza, tanto che l’uva viene stravolta e travolta da aspetti olfattivi non riconducibili al suo originale carattere.

L’occasione di trovarsi nel bicchiere alcuni vermentinu di Clos Venturi, Domaine Figarella e Clos Fornelli di qualche anno addietro ha spostato in avanti l’idea di maturità evolutiva del vitigno, tanto che abbiamo trovato più concretamente interessanti in qualità i vini con un’età superiore ai cinque anni di vita.

Le annate analizzate sono state il 2007, 2008 e 2009.

Nell’insieme è stato molto sorprendente costatare una resistenza cromatica nel quasi dorato, ma ancor di più all’olfatto.

Il ventaglio olfattivo s’è formulato con una tri-prospettiva odorosa. Ha toccato l’Alsazia per uno spunto di petrolio che lo ha fatto tanto riesling renano, s’è poi spostato in Borgogna per le note di nocciolina tostata e burro fuso con miele, poi è scivolato nel Rodano per recuperare il fiore di acacia e l’anice stellato. Poi s’è dato anche del suo, del suo essere corso e autonomista, con odori salini, d’alga marina, di criptica macchia tirrenica d’altura.

Un complesso odoroso molto diverso dal vermentino Ligure e Toscano, e qui gioca il fattore climatico; ma una così diversa personalità rispetto alla vicina Sardegna non ce la aspettavamo.

Infine il gusto. Questo si distanzia meno, resta elegantemente sapido e strutturalmente ammorbidito da alcool e da glicerina; l’acidità – come spesso capita – sembra in sofferenza, invece è nascosta ben bene ed energizza di saporosità la salina sapidità. Davvero un corso da bere, questo vermentinu.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)