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mercoledì 2 luglio 2014 17:00:00

È un vitigno piacione e versatile, per quella peculiarità di far bene non solo in versione dry, ma anche in quella spumante e in quella ferma con residuo zuccherino.

L’origine? Boh, verrebbe da dire. Per i francesi è un transfugo dall’isola di Madeira, che attraverso la penisola iberica giunse in Corsica e da lì si diffuse a nord, in Provenza, nella vicina Sardegna e nelle coste di Liguria  e Toscana.

Così interpretandolo si può affermare che è un’uva che gradisce lavorare a contatto con il salmastro, i venti marini e le calure estive.

Anche gli studiosi italiani concordano su questa migrazione, che è datata 1300, e da lì si spostò in Liguria tra il XIV e il XVIII secolo; solo nel XIX secolo si trovano cenni in Sardegna.

Può essere considerato un vitigno a diffusione molto locale, anche se i suoi vini hanno raggiunto un discreto successo negli ultimi dieci anni, tanto da riuscire a presenziare in molte carte di vini in locali molto in auge.

È un vitigno che produce un vino non del tutto facile da inquadrare, perché prende spunti olfattivi e strutturali molto variabili, e la variabilità non dipende solo dal terreno, ma anche dal grado di maturazione dell’acino in vendemmia.

Qualche esempio: in Provenza, a Bellet, dove prende il nome di Rolle, non hanno l’abitudine di anticipare un po’ la vendemmia, per cui prediligono spostare la personalità organolettica sull’offerta olfattiva, cercando più la garrigue e il frutto bianco abbinato al floreale (mughetto e oleandro dal fiore bianco); piuttosto che allo sprint in freschezza, magari tirano fuori sapidità e morbidezza, con un finale d’aroma lungamente e dolcemente ammandorlato.

In Liguria, dove eccelle, privilegiano le rinfrescanti erbe aromatiche mediterranee, soprattutto in versione fresca, concepiscono una struttura bilanciata nelle durezze di acidità e sapidità, con morbido contributo glicerico e lungo ed elegante finale salino e fruttato.

In Sardegna riesce a tirar fuori anche un minerale che lo fa sembrare un Riesling o un vegetale che lo avvicina al Pinot Gris; qualche volta in Toscana prende uno strano effetto erbaceo, come di foglia di basilico, che dà l’idea di Sauvignon.

Qualche mese fa il Vermentino ha fatto scalpore in positivo negli States, dove ha poca coltivazione, però certi prodotti stanno attirando l’attenzione dei wine taster più curiosi, soprattutto quelli che cavalcano l’onda del basta Chardonnay, basta Pinot grigio.

Forse questo inizio di attenzione potrebbe spostarsi anche in un ampliamento delle zone di coltivazione e aprire il mercato anche al prodotto italiano.

Secondo gli americani è piaciuto molto, del Vermentino, la sua ecletticità olfattiva, quella forza di offrire spunti odorosi anche in antitesi  personalistica, del tipo mandorla bianca, mallo di noce, bosso, kerosene, miele di acacia, fiore di sambuco e gelsomino.

Sembra che stia iniziando a piacere questa arlecchinità olfattiva, questo spirito aromatico bizzoso e incurante di clonarsi per farsi identificare con facilità. “Ci piace questo ondeggiante non riferimento d’aromi”, hanno sentenziato alcuni giornalisti, dopo che non riuscivano a riconoscerlo, semplicemente perché non lo conoscevano.

In tutti gli USA la piantagione s’aggira sui 45 ha, tanto che nel 2012 l’uva non era nemmeno censita dagli istituti californiani.

Questo interesse va preso sul serio dai produttori italiani, perché può essere un varco commerciale di grande valore se attirasse il gusto e la moda del consumatore statunitense.

Di certo il Vermentino d’Italia non temerebbe quello di Tablas Creek a Paso Robles, o quello fatto a Carneros da Mahoney, e nemmeno quello di Thornton a Temecula. Potremmo considerare la sfida già iniziata, il vantaggio qualitativo italiano è ampio, speriamo solo che un eventuale micro boom di attenzione non sia foriero di un rallentamento di impegno nel perfezionamento della qualità, per lasciarsi ammaliare da facili entusiasmi economici.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)