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venerdì 21 marzo 2014 17:00:00

L’incontro è stato molto casuale, è avvenuto al Palais de la Mediterranée a Nizza, proprio in quel limbo di palme e mare chiamata Promenade des Anglais.

Non è la pissaladière, nemmeno la socca, ne tanto meno la rinfrescante mesclun, e non è neanche il vino Bellet, prodotto da quindici viticoltori nell’entroterra e che vede primeggiare il Braquet nella colorata e fruttatissima versione in rosso.

È invece il Vin de Rhubarbe, cioè il vino di rabarbaro. A questo punto ci si attenderebbe la grossa sorpresa di una produzione provenzale, e così non è (i provenzali annichilirebbero), arriva da una piccola, ma significativa catena montuosa che separa l’Île del France dall’Alsazia: i monti Vosgi.

Questi monti sono una strepitosa barriera protettiva per i vigneti d’Alsazia, riparandoli di fatto dai venti occidentali, dalle ondate di pioggia, tanto che a Colmar (che molti conosceranno per i freschi e sapidi Riesling) c’è il record in negativo in fatto di pioggia di tutta la Francia: infatti acqua, vento e neve sbattono nei Vosgi.

In questo territorio montuoso e montano c’era una tradizione alquanto curiosa e vetusta, quella di farsi il vino di rabarbaro, pianta questa, spontanea, che si trova in Europa e in Asia, soprattutto in Cina; infatti il rabarbaro per antonomasia lo si indentifica con quello cinese.

Qui nei Vosgi non è un cinese che si è cimentato nel recupero di una tradizione molto familiare (dice lo facesse la nonna), ma un paesano segnato all’anagrafe come Michel Moine. Il comune è Xertigny, siamo in Lorena.

L’idea di recuperare questa ricetta, sì perché non si tratta di un infuso di vino e rabarbaro, ma di una fermentazione di rabarbaro, non la parte fogliare ma quella fibrosa, con aggiunta di zucchero e dosaggio di acqua, e forse di qualcos’altro che il rabarbarocoltore non svela.

E comunque alla fine della tenzone il liquido raggiunge 13% abv.

La versione ferma si chiama Crillon del Vosges, è imbottigliata in una bordolese trasparente e il colore che si può osservare non si allontana per niente da quello del vino.

Anche nel bevante la sua limpidezza si illumina di un brillane cristallino, tanto che il giallo di fa chiarissimo. Il profumo esprime tutta l’aromaticità del rabarbaro, se non si pensa al rabarbaro verrebbero alla mente delle note odorose “muffate”, cioè da uve botritizzate. È sorprendente anche la nota di frutta esotica e di agrumi, accompagnate da un po’ di erbaceo, di amaricante, come di fiori bianchi primaverili di campo. Chiaramente queste offerte olfattive sono come una rocade di profumi che circonda il cui fulcro centrale: il rabarbaro.

Il palato s’attanaglia in sapori amaricanti, zuccherini e un po’ aciduli, un gusto fissato dalla e nella personalità del rabarbaro, che però non ricorda la caramella, ma l’integrità naturale della pianta. Tecnicamente lo si definirebbe “abboccatuccio”.

Eppure è un prodotto che ha presto conquistato gli onori delle cronache transalpine, tanto che lo hanno inserito nella carte dei vini di Paul Bocuse, del Lido a Parigi e dell’Hotel Crillon.

Molti lo consigliano come aperitivo, altri con il fegato d’oca, alcuni anche con i dessert a base di cocco e di mandorle.

Poi abbiamo scoperto anche una versione “Perlé” e una più soft come “Blanc des Vosges”, che qualcuno lo suggerisce con le ostriche e le crudité di mare (sic!).

Il “vino” è simpaticamente gustoso, ideale per i palati curiosi, per i cercatori del nuovo nordico esotismo e lo sappiamo che tutto ciò sembra un controsenso, e quindi va benissimo perché anche questo “Crillon des Vosges” sembra un vino, e sottolineiamo sembra e segniamo con un rigo rosso “vino”.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)