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giovedì 4 luglio 2013 15:15:00

Secondo il sito web whatisicewine.com spetta ai Romani la medaglia per aver creato questa tipologia di vino: Plinio il Vecchio (23-79 a.C) cita che certe uve erano vendemmiate quasi nel momento dei primi ghiacci. Marziale ribatte che le uve possono essere lasciate sulla pianta fino a novembre, fino a quando il ghiaccio non le abbia toccate. Non ci sono però dettagli in merito alla descrizione dello stato delle uve, né del vino che se ne otteneva. C’è un riferimento, sempre d’epoca Romana, ai vini di Chiomonte in Val di Susa come possibili antenati degli odierni “icewine”.

È però condivisibile l’affermazione che il primo vino icewine dell’era moderna (1794) sia stato ottenuto in Franconia; c’è qualcosa qualche anno prima (1775) ma non si è certi che la sovra maturazione sia stata accompagnata anche dal ghiaccio: comunque la zona è ancora la Germania, il Rheingau.

Nel 1829 la vendemmia nel Rheinhessen non fu brillante, molte uve furono lasciate sulla pianta con l’intento di farne cibo per gli animali, visto il giudizio negativo per procedere alla vinificazione. La cronaca racconta che l’11 febbraio del 1830 procedettero alla raccolta e si accorsero che il succo era dolcissimo e saporito, provarono quindi a pressarlo e dal succo ottenuto arrivò mosto e poi vino: Eiswein, appunto.

Oggi i vini di ghiaccio (icewine, Eiswein) hanno conquistato un piccolo e prezioso segmento di mercato nei vini dolci, le nazioni all’avanguardia qualitativa sono il Canada e la Germania.

Raccogliere e lavorare l’uva ghiacciata non è così facile, infatti in Germania, notoriamente una nazione vocata all’Eiswein, nel XIX secolo si ha certezza che solo sei vendemmie furono prodotte.

Quattro furono le invenzioni che aiutarono la produzione dei vini di ghiaccio:

  • i generatori di corrente per illuminare le vigne alle prime luci dell’alba e raccogliere veramente le uve congelate (minimo -7°C)
  • l’invenzione delle presse pneumatiche
  • il controllo remoto della temperatura per evitare scongelamenti
  • i teli plastificati o reti di plastica per proteggere i grappoli dagli uccelli durante la maturazione sulla pianta

I vitigni più impiegati sono quelli a bacca bianca, come il Riesling, il Vidal (quest’ultimo in Canada la fa da padrone) e lo Chardonnay, ma non mancano le versione in rosso (tipo occhio di pernice) prodotte con Cabernet Franc e Blaufränkisch.

A detta degli esperti viticoltori tedeschi un Eiswein non si fa per caso, cioè semplicemente lasciando l’uva a congelare in pianta. È necessario programmare il tutto dalla potatura invernale, dalla successiva vendemmia verde e infine alla completa defoliazione prima dell’arrivo del freddo. Infine il risultato finale non è mai il 100% delle uve lasciate in vigna, se facciamo una media la vendemmia congelata va a buon fine tra il 5% e il 15%: ciò spiega certi prezzi.

Ed è appunto su questo aspetto, resa/costo/prezzo di vendita che piano piano si sono fatti spazio sul mercato dei vini di ghiaccio in maschera, cioè congelati non in pianta.

I Canadesi, che sono i produttori principali, stanno correndo ai ripari ed hanno programmato una regolamentazione della questione che avrà effetto dal 01/01/2014.

In sintesi la legge stabilirà che la dizione “vin de glaces”  (e affini) potrà essere usata solo a condizione che le uve siano state naturalmente ghiacciate in pianta. È stato anche demandato al governo Canadese di intervenire presso tutte le nazioni che producono questa tipologia di vino affinché venga recepita questa direttiva.

C’era da aspettarselo un po’ di ordine in questo settore, e non poteva che essere il Canada il capofila, visti i 15,5 milioni di dollari di giro d’affari, di cui quasi il 97% creato all’estero.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)