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mercoledì 9 gennaio 2019 10:00:00

Pink it's my new obsession: a dichiarare in maniera più o meno criptica la propria fissazione per il sesso femminile erano gli Aerosmith, nel 1997, ma con sottintesi decisamente meno puritani del bambinesco unicorno stampato sull'etichetta di quello che si candida a diventare il vino più rosa del mondo.  

Unicorn Tears, questo il nome del vino, è prodotto dall'azienda spagnola Gik, famosa per avere creato, poco tempo fa, il primo vino blu, grazie all'aggiunta di due coloranti naturali: le antocianine, già contenute nella buccia dell’uva, e l’indaco, ricavato dalle foglie della Indigofera tinctoria e dalla Isatis tinctoria. 

Non è dato sapere - almeno per ora - a cosa si deve il rosa acceso di questa nuova creazione. Brochure e siti  ammettono candidamente che la felice cromia derivi dal prelievo (indolore) di lacrime di unicorno - una trovata già sfruttata dalla Firebox per una linea di gin con tanto di gocce di argento commestibile - ma più di una fonte attribuisce la responsabilità alle sostanze coloranti estratte dal frutto della pianta di lampone. Riserbo anche sul vitigno, o sui vitigni, che dovrebbero comporre l'uvaggio. Il risultato è un vino color Big Babol, profumato di frutta, leggero e gentile al limite dell'anodino.   

Un'invenzione eccentrica magari, ma non così azzardata. Una uscita del genere, dieci anni fa, avrebbe forse condannato la Gik al fallimento, ma il tempo, si sa, è ciclico. Le generazioni, soprattutto, sono cambiate. I Millennials - a cui il vino è ovviamente dedicato - sono in piena nostalgia dei coloratissimi anni Ottanta, quando (quasi) nessuna madre si stupiva di vedere i propri figli alle prese con gelati dalle sfumature più improbabili o con le paste gommose del Crystal Ball.

Ad aiutare le vendite, poi, il momento d'oro vissuto dai vini rosati, e il dominio - al di fuori dei ristretti contesti di bevitori appassionati -  di un preciso tipo di vino: leggero, comprensibile, facile. Un gusto infantile - come direbbe Jonathan Nossiter -  cui dà man forte il ricco filone dello unicorn foodpiatti e bevande giocate su decorazioni variopinte e colori accesi. Risposta spontanea al logorio dell'attuale vita moderna, l'unicorno è il Cynar del Duemiladieci: dove la vita si fa impegnativa, grigia, piatta e omologante, non resta che omologarsi in senso contrario, comprando prodotti scanzonati, colorati e fantasiosi, regalando milioni di dollari all'industria della felicità artificiale. 

Lungimiranti, gli esperti di marketing di Gik, con i loro vini blu e rosa, dimostrano competenza e padronanza del mondo attuale: per i giovani consumatori, in simbiosi spontanea con i propri smartphone, sempre più qualificati dalla vita nello schermo che non da quella al di fuori di esso, né l'olfatto - orpello riservato alla bigia cerchia degli intellettualoni del calice - né il gusto possono essere interessanti quanto la vista. Tutto concentrato sull'apparire, questo unicorn wine, come tutto il genere cui appartiene, è una manna per la tribù di Instagram. Con Gik non è più solo l'etichetta ma il vino come tale, una volta fotografato e condiviso, a farsi portatore di messaggi, di stati d'animo, di significati. Buono o non buono, al naso come al palato, poco importa: almeno fino a quando non lo si potrà bere dall'altoparlante di un telefono.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)