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giovedì 21 giugno 2018 10:00:00

"Il mondo del vino è notoriamente popolato da puristi. I viticoltori aderiscono religiosamente a pratiche passate indenni lungo i secoli e le bottiglie che contengono il loro liquido sono rimaste le stesse sin dai primi anni del 1800. Gli intenditori prediligono ancora il sughero rispetto al tappo a vite per nessun altro motivo che il loro ostinato tradizionalismo." Così Brad Japhe, giornalista di Forbes; una delle tante voci levate a favore dell'impiego di nuovi contenitori destinati al vino, come le lattine.

In realtà, di nuovo c'è poco: fu in Italia, nel 1982, che i contenitori alternativi al vetro furono ammessi alla conservatrice corte del vino. Il Tetra Pak, certo, ma anche la plastica, e non ultimo l'alluminio. Cavicchioli, Medici, Folonari furono i brand più svelti a giocare la nuova carta, e alla modenese Giacobazzi riuscì persino di piazzare una delle proprie lattine di 8 ½ dentro l'ultima stagione di Flash, la trasmissione di Mike Bongiorno con cui dirà addio alla Rai per passare a Canale 5. Anche la lattina, però, saluterà presto gli italiani: i permessi ministeriali  di confezionamento, infatti, non si rinnovavano tacitamente e la lunga elemosina delle aziende per ottenere il nulla osta annuale rallentò tanto la produzione da seppellire l'alluminio sotto un mare di carta bollata. 

Se è vero che il vetro, in ottomila anni di storia enoica, è il contenitore comune del vino da solo un secolo, quei cent'anni rappresentano l'orizzonte comune di ogni consumatore. Iniziativa pionieristica, dunque, quella del vino in lattina, anche se, trascorsi da allora più trent'anni, l'accoppiata vino - alluminio, alla stregua di una Coca o di una lager industriale, oggi impressiona pochi, e quei pochi, spesso, sono proprio gli italiani. 

Intanto il business del vino in lattina cresce in tutto il mondo, registrando, nel 2016, un boom del 125%. Amate soprattutto dai millennials, le lattine interpretano la filosofia di una generazione amante di tutto ciò che è pratico, immediato e informale, tanto da spingere la Union Wine Company  a rilasciare una serie di spot per la linea di vino Underwood dal titolo eloquente: wine doesn't have to be this hard (il vino non dovrebbe essere così difficile)Negli Stati Uniti il vino in lattina è ormai la norma per la maggior parte dei ventenni, tanto da spingere il mercato verso nuovi lidi di vendita, come Fun Wine, uscita da poco con le sue lattine di vini misti ad aromi (da provare lo sconfortante abbinamento cabernet - caffè e chardonnay - cappuccino). In Francia, Cédric Segal, ormai da cinque anni ha stampato tanto di AOC sulle proprie lattine di Bordeaux. L'Italia, dopo il coraggioso salto degli anni Ottanta, è tornata a parlare di vino e alluminio nel 2009, quando il ministro Zaia costrinse un'azienda austriaca a ritirare un improbabile prosecco in lattina, il Rich Prosecco, sponsorizzato da una vanerella Paris Hilton. Da allora si è ribattezzato nell'osceno Rich Secco. A parte questo incidente diplomatico, le lattine, da queste parti, continuano a vedersi solo nei vecchi spot caricati su Youtube. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)