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Vino sintetico

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martedì 30 agosto 2016 09:30:00

Questo mese di agosto s’è aperto con un bell’interrogativo: berreste un vino sintetico?

L’avventurosa questione è stata formulata dalla ACSH, American Council on Science and Health, dopo che un’azienda di nome AVA ha isolato e identificato le componenti molecolari di alcuni eccellenti vini , tra cui il Dom Pérignon 1992 e lo Château Montelena Chardonnay 1973, questo dal valore di 11.000 USD. La loro intenzione è di ricrearli in laboratorio partendo dal nulla.

La missione è stata affidata alla TechCrunch e già sta lavorando sul Dom Pérignon. Il website di AVA è chiarissimo su ciò che vuol fare, tanto che la descrizione è illuminante perché il vino sarà costruito senza uva o fermentazione. «Maturo con note “terrose” e bollicine delicate. Il sapore si esprime con note agrumate e di frutta con drupe». Questa per AVA è la sintesi organolettica del Dom Pérignon 1992. Dicono che ne produrranno 499 bottiglie e si può già acquistare on line al prezzo di 50 dollari. Altri vini che stanno replicando sono il Moscato d’Asti e il Pinot Noir.

Replicare un vino sembra già cosa scontata, trattandosi (dicono loro) di una serie di componenti ben indentificati, tra 80 e 200, che creano quegli effetti sinergici e anti sinergici, che fanno la singolarità organolettica del vino. A questo punto il dibattito si sposta dalla chimica alla psicologia, perché l’imperativo diventa: ci sarà chi lo comprerà?

La discussione è già avviata e naturalmente ci sono già i pro e i contro. I non favorevoli sintetizzano il loro pensiero focalizzandosi sull’artigianalità del vino e che c’è un’aureola di romanticismo enologico nel comprare e degustare certi vini. C’è anche da dire che i contrari al sintetico comunque lo acquisterebbero per curiosità.

I favorevoli al vino sintetico  (replicato, clonato) giocano il loro assenso sul fatto di non impedire alla scienza di fare il suo corso, e se questo significa fare di ogni bottiglia una grande bottiglia, perché non comprarla. E al richiamo del “non è autentico”, la risposta è stata che non è falso, è dichiarato come tale, come il falso d’autore nella pittura; come il brodo di carne fatto con il dado anziché con la gallina vecchia, eppure nessuno grida allo scandalo. Si bevono le bevande alla frutta anche se la presenza naturale è poco al di sopra del 10%, e gli scaffali dei supermarket ne sono pieni e non c’è allarme né spavento.

Il futuro delle etichette del vino si potrebbe fare sempre più eno-medical-chic, oltre al biologico, biodinamico, natural, organico, vegano, si potrebbe avere anche il “pure synthetic”, e a noi viene da dire, in modo davvero spontaneo: ma era così che volevamo il vino?

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)

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