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venerdì 18 gennaio 2019 15:00:00

David Bowie nel 1971 si chiedeva se su Marte ci fosse vita; Corrado Guzzanti, invece, nel 2002 decise di mandarci cinque fascisti di chiara ortodossia, in un ucronico 1938 in cui il pianeta, rosso, e dunque bolscevico e traditor, andava visitato e bonificato. Nella non più sovietica Georgia, invece, oggi si lavora per spedirci - sul serio - barbatelle di vite

Quello che potrebbe sembrare uno scherzo è, invece, un serio progetto agronomico, che vede coinvolti l'Agenzia di Ricerca Spaziale della Georgia e la Business Technology University di Tbilisi, capitale dello stato. Il perché è semplice: il piccolo stato caucasico vuole mantenere il primato di culla del vino in vista di una futura colonizzazione. "I nostri antenati hanno regalato il vino a tutto il mondo - ha detto il direttore del centro spaziale Nikoloz Doborjginidze - e noi possiamo fare lo stesso con Marte

Non è un caso che l'iniziativa sia stata battezzata "IX Millennium", esplicito riferimento ai millenni trascorsi dalla prima coltivazione di uva da vino in Georgia. Con il contributo di agenzie governative, esperti di viticoltura e imprenditori, un gruppo di esperti esaminerà a fondo le oltre 700 varietà di vitigni attualmente coltivate presso il Centro per la propagazione della vite e delle piante da frutto di Saguramo, alla ricerca di quella più adatta ad affrontare, un giorno, le condizioni atmosferiche di Marte. 

Un vero e proprio terreno marziano simulato ospiterà i vitigni candidati, sottoposti a esami sugli effetti delle radiazioni, del monossido di carbonio e delle temperature sotto zero. Candidato favorito, per ora, il rkatsiteli, varietà a bacca bianca assai antica e largamente diffusa nel paese. Se gli esami fossero incoraggianti, il rkatsiteli potrebbe essere ospitato presso l'hotel Stamba, a Tbilisi, dove da tempo vanno avanti i lavori di un nuovo centro di agricoltura verticale, nato per approfondire le tecniche di allevamento di viti, frutta e ortaggi all'interno di una ipotetica colonia spaziale.

Sarà dunque un vitigno a bacca bianca a conquistare per primo il pianeta rosso? 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)