Statistiche

  • Interventi (1589)
  • Commenti (0)

Archivi

mercoledì 31 gennaio 2018 12:00:00

Tutti, chi più chi meno, hanno sentito parlare almeno una volta di peronospora; di Plasmopara viticola, invece, la responsabile della peronospora della vite, non si sente spesso chiacchierare. Eppure, dopo i risultati appena resi pubblici dalla Fondazione Edmund Mach, centro di eccellenza per la ricerca agraria in Italia, anche lei finirà per godere, suo malgrado, della luce dei riflettori. 
La Fondazione ne ha infatti decifrato il codice genetico, rivelandone il genoma completo sulla rivista Scientific Reports, parte dell'universo Nature.
La ricerca non era certo fine a sé stessa: la Plasmopara, originaria del Nord America, è arrivata in Francia intorno alla fine dell’Ottocento, e da allora tormenta la maggior parte dei vigneti, in particolare quelli più esposti a umidità e ristagni d’acqua. 
L’uso massiccio di poltiglia bordolese (impasto di solfato di rame, calce e acqua) primo baluardo contro gli attacchi della Plasmopara,  in seguito ha aperto la strada ad un diffuso uso di antiparassitari di sintesi, a cui il microrganismo ha reagito di conseguenza, opponendo nuove forme di resistenza. La diffusione degli antiperonosporici, del resto, ha permesso di estendere l'impianto di vigneti anche in  zone non particolarmente adatte, peggiorando il quadro generale.
Considerato che “i meccanismi molecolari messi in atto durante l’interazione tra Plasmopara e vite sono in larga parte sconosciuti”, per fermare la corsa agli armamenti chimici e trovare vie di lotta più ecologiche, era necessario partire dallo studio approfondito del nemico. 
La maggior parte delle conoscenze sui fattori di patogenicità della Plasmopara deriva da studi focalizzati su un genere affine, quello delle Phytophthora,  la cui specie Phytophthora Infestans, tra il 1845 e il 1846, causò la morte, per carestia da patate, di un milione di irlandesi, e ne spinse un altro milione a cercare salvezza in America. 

Il ruolo delle proteine durante l'infezione da peronospora non era chiaro […]  abbiamo pertanto sequenziato il genoma di una varietà di Plasmopara, denominata PvitFEM01, isolata da un vigneto locale nel Trentino”. I ricercatori hanno intuito che, al pari della cugina Phytophthora delle patate, anche le Plasmopara della vite sono in grado di “secernere proteine effettrici citoplasmatiche e apoplastiche”, proteine in grado, nel primo caso, di violare il citoplasma della cellula della vite, manipolandone il sistema immunitario; nel secondo, di entrare nelle pareti delle cellule che compongono il tessuto fogliare, inibendone gli enzimi. 

Le Plasmopara basano la propria strategia sull’iniezione di filamenti specifici di RNA e microRNA nella pianta, per regolare a proprio piacimento l’espressione di alcuni geni della vite. La vite usa esattamente lo stesso processo per silenziare i geni che sono coinvolti nella patogenicità: ogni gene coinvolto nell’attacco patogeno viene "spento", diventando inutilizzabile per gli scopi del parassita.

Il sequenziamento ha lasciato intuire l’esistenza di una vera e propria gara tra un patogeno costretto a trovare nuove strategie di violazione genetica della vite per potere sopravvivere e una pianta a corto di soluzioni per impedire al parassita di inibire le proprie difese. Gli organismi parassitari sono diventati, infatti, abili nel mutare le chiavi proteiche ogni qual volta la pianta oppone una serratura diversa, e sono diventati capaci di sopprimere i meccanismi di silenziamento dell’RNA.
In questa lunga guerra fredda, invece, è la vite ad essere a corto di fondi, come dimostrano i crescenti impieghi di antiperonosporici. Saranno i ricercatori, con ogni probabilità, a fornirle nuove chance, potenziandone le capacità di silenziamento genico, e permettendo, in futuro, di ridurre l’impiego di prodotti chimici in vigna. 

Intanto, in Francia, dopo l'annuncio di due anni fa, sono cominciate le prime sperimentazioni in vigneto dell'alga tramutata dalla società ImmunRise in un miracoloso prodotto biologico anti-peronospora. Christophe Brandy, proprietario di 43 ettari di vigneto a Saint-Saturnin, nella denominazione Cognac, ha accettato di mettere a disposizione il proprio vigneto. I risultati? Incoraggianti. La guerra continua.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)