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mercoledì 24 giugno 2015 16:00:00

Nel Febbraio scorso Drink Business ha stilato la classifica dei 10 vitigni più sotto stimati, inserendovi anche gli italiani nerello mascalese e teroldego, fanno loro compagnia il pineau d’Aunis (Loira),  l’öküzgözü (Turchia), l’areni (Armenia), il pais (Cile) e altri.

Questo vitigno è davvero sottovalutato, anzi anche numericamente esiguo e per questo merita molta attenzione, perché quando interpretato con un’intelligente enologia dà risultati sorprendenti, seppur senza volumi tali da riuscire a stratificarsi nella curiosità dei degustatori. Secondo gli esperti Calò, Costacurta e Scienza, la sua origine sarebbe la Piana di Mascali. È un vitigno che vuole il caldo, perché alcuni biotipi sembrano quasi non aver intenzione di maturare.

Etna e nerello mascalese sembrano diventare un tutt’uno in Contrada Calderara, dove l’adolescente azienda Ampelon lo vinifica con un 10% di cappuccio non contaminante. Etna Rosso Passo delle Sciare è vino “forte” e sassoso, delicatamente floreale e incidentalmente speziato; nettamente sapido e caloroso quanto basta. Le Caldere è invece un po’ più complicato, mostra andamento lento nell’armonizzarsi, attanagliato talvolta in un alcol stordente. Cottanera invece fa un rosato 100% mascalese, lo chiama Barbazzale e ha olfatto d’erbe aromatiche un po’ secche, bella ciliegiosità e rinfrescante succosità al sapore di spremuta di ribes e lampone. Anche l’Etna Rosso si chiama Barbazzale, però con 10% di cappuccio. I 700 metri di altitudine dei vigneti fanno esaltare un erbaceo rupestre, un po’ di peperone verde e dell’alloro; il terreno vulcanico premia il gusto con una tessitura sapida, minerale, pepata, un effetto caldo e lunga p.a.i.

Ciro Biondi fa nerello mascalese abbinato a un 20% di cappuccio, il che è un po’ un classico. L’Etna Rosso Cisterna Fuori ha sentori provenzali e arabeggianti nelle spezie, struttura robusta e finale di mandorla tostata. Il San Nicolò (circa 1000 bottiglie) ha bagaglio olfattivo stuzzicantemente erbaceo, d’origano selvatico (puriol lo chiamano nelle cave di marmo a Carrara) e di timo. Un po’ stramaturi i frutti, però è piccante nel gusto pepato per smussare alcol e levigare il tannino.

Federico Graziani fa invece il Profumo di Vulcano da urlo, però abbina i due nerello (di cui non si conosce il quanto nella cuvée) con un 10% di alicante. Specializzato nel mascalese è invece Passopisciaro con Contrada Sciaranuova, ricco in profumo, alcol e tannico tanto da dimensionarlo sul robusto; Contrada Rampante e Chiappemacine non sono da meno, un po’ più fresco il secondo, toni fumé e con più grinta tannica il Rampante.

Ottimi nerello mascalese sono prodotti da Pietradolce (Vigna Barbagalli e Archineri), Primatera e Girolamo Russo (il suo San Lorenzo è da world championship); Scilio, oltre a regalarci dei rossi  “ferro e cenere” (da Vitae 2015), fa un rosatino molto adatto alla canicola, il Valle Galfina. Infine Benanti, un cultore dei vecchi vitigni etnei, che non se ne esce solo con il mascalese  (chiamato negrello) + cappuccio nel Serra della Contessa e nel Rovitello, vini che scuotono l’olfatto e il gusto del degustatore con perfezione fruttata e minerale, gusto sapido e “vulcanico”, con un effetto terroir di rarissima purezza. Benanti ha fatto un di più per il nerello, ha un 100% di cappuccio: ma questa è altra storia e altro racconto. Per ora ci teniamo stretti questi nerello mascalese, che anno dopo anno ci deliziano sempre più.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)