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venerdì 22 agosto 2014 09:15:00

L’epoca coloniale italiana ha segnato delle pagine tragiche, alcune comiche, altre insulsamente civilizzanti: tutta un’altra cosa rispetto a nazioni come l’Inghilterra, la Francia e altre.

Tra fine 1800 e metà del 1900 l’Africa fu zona di contese. L’Italia si dette da fare anche in Somalia, Eritrea e Abissinia, e la valenza storica e militare è controllabile in siti diversi dal nostro, perché noi siamo principalmente un wine-website.

La trascorsa Abissina oggi si chiama Etiopia e l’Italia ci fece due scommesse di conquista e colonizzazione con e contro il mondo. Le perse entrambe tra il 1895-1896 e tra 1936-1941.

Nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale le truppe italiane d’occupazione, forse alla ricerca di qualcosa di spiritoso da bere, riuscirono a piantare anche la vigna vicino ad Addis Abeba e nel sud-est.

Fu uno dei primi esperimenti di viticoltura in quella parte di Africa che non si affaccia sul Mediterraneo, vigneti che restarono anche dopo l’indipendenza dall’Italia del 1947.

Alla fine della presenza italiana il settore vinicolo fu nazionalizzato e ha ristagnato per oltre settanta anni, con esiti qualitativi che non hanno mai impressionato.

La svolta sembra innescata, non perché adesso lo Stato ha privatizzato l’azienda, ma per l’iniziativa dell’ex presidente Meles Zenawi, che  caldeggiò il colosso vinicolo francese Castel a sviluppare la viticoltura in Etiopia principalmente per uno scopo politico: valorizzare la sua immagine. Era il 2012.

Le uve scelte dalla Castel sono state syrah, chardonnay, merlot e cabernet sauvignon, con una filosofia produttiva prettamente francese, però sullo stile usato in Marocco.

Tecnicamente parlando, secondo gli esperti l’Etiopia è perfetta per far maturare uva da vino per via degli altipiani, delle vallate verdeggianti e delle diverse zone climatiche.

Quest’anno dalla Rift Valley la Castel farà arrivare le prime bottiglie di vino etiope.

A detta della Castel non c’è ancora una distinta proiezione dello stile del vino, ci vorranno altre vendemmie per comprendere le potenzialità dei vigneti e il riflesso dell’andamento climatico sul ciclo vegetativo.

Questa notizia ha fatto quasi il giro del mondo e molti hanno applaudito alla performance. Poi se iniziamo a fare delle riflessioni non è che questo vino sembri un perfetto arredo per una nazione che ha un reddito pro capite annuo sotto i 500 dollari, anche perché il prezzo di vendita interno del vino più economico si aggirerà sui 5€.

Tra l’altro sembra anche incombere un cambiamento di stile nel vino worldwine, il puro varietalism è oggetto di riconsiderazione, tutto il mondo sembra stia diventando un terroir e ciò potrebbe non favorire questa nuova realtà.

Chissà se troveremo questo vino nel mercato italiano, se non altro per riparare a qualche torticello nell’ultimo conflitto tra le due nazioni. A osservare bene i fatti, le distanze della geopolitica forse sono alquanto marcate, altrimenti avrebbero semmai – gli etiopi – incoraggiato o caldeggiato una presenza enoica italiana, piuttosto che francese.

Il nostro saluto però non è di circostanza: welcome Ethiopian wine!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)