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mercoledì 20 agosto 2014 10:00:00

Torino & Congresso s’avvicinano. Novembre 2014 è li, sull’uscio, che già strizza l’occhio a tutti i sommelier e li invita a deliziarsi con vini straordinari.

Il Barbaresco sarà uno di quelli. Eppure la sua strada non è stata così sgombra da ostacoli mediatici e di trattenente tradizione. Tra le più antipatiche espressioni che erano assegnate al Barbaresco per marcarne la differenza con il Barolo (spesso soverchiante senza volerlo) era: è più elegante e morbido.

Due parole che dicono tutto e niente, anzi da quando il Barbaresco s’è “sbarolizzato”  quella affermazione è tutta un non senso, come peraltro lo era anche prima.

L’eleganza è del nebbiolo, lo è per destinazione di nascita, come un qualcosa di predestinato ma non di predeterminato, per cui deve farsi elegante, sapersi vestire e studiare a modo dove sistemare i giusti accessori, anche a dispetto di un nome dialettale che non è una punta di raffinatezza idiomatica: “nebiùl”.

Tempo fa qualche improvvisato esperto langarolo si divertiva a  differenziare i due nebiùl additando colpe e meriti alla personalità  del produttore.

È caduta anche la benedizione enologica di un Barabaresco. Si equilibra prima, o meglio matura prima: come se questo dovesse essere un punto a proprio vantaggio per differenziarsi.

Noi ci siamo convinti che Barbaresco è Barbaresco e gli altri da nebbiolo sono gli altri, con ciò non tiriamo l’acqua ad alcun mulino.

Da quando poi è esplosa la vignazione (neologismo per non usare la parola terroir) molto è cambiato nell’identità del Barbaresco.

Tra le vigne di grido Rabajà è una che spesso si trova stampata in etichetta.

A noi è capitato di degustare il Barbaresco Rabajà della Cantina Produttori del Barbaresco, annata 2008.

È un monumento alla parte energica dell’anima del Barbaresco. Militaresco nella parata tannica, la cui marcia regale nel fruttato trova ovazione nel ribes, nella mora, nella bacca di ginepro. Ha un passaggio agreste, di sottobosco ricamato da violette. Il tannino si spinge oltre il suo essere “morbido” e molta della sapidità s’annaffia d’una freschezza seccamente selvatica (ciliegia selvatica), mentre il piacere della sua persistenza aromatica imprime spazi retronasali di liquirizia, di tabacco e di finissimo cacao amaro.

È un Barbaresco non da truppa avvinazzata, anche perché le bottiglie son poche (?); e poi non è facile da decifrare dopo 36 mesi in botte e 6 in vetro, ci vuole una genialità autarchica e una gentile piemontesità per decidere di assegnarli un punteggio. Noi glielo diamo, magari ci assaliranno al grido “avanti Savoia”, e il nostro dare è un 94/100, proprio perché non siamo langaroli.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)