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Yankee Sangiovese

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lunedì 26 maggio 2014 12:00:00

Correvano gli anni tra il 1775 e il 1790 quando le prime spedizioni giunsero a esplorare i territori dell’attuale Stato di Washington.

I territori erano inesplorati per gli spagnoli e i britannici, ma non per i nativi, che già vi risiedevano da secoli, le tribù presenti erano due: i Cayuse e i Nasi Forati.

L’attività di questi nativi erano prettamente di caccia e pesca, poco o niente era dedicato all’agricoltura, per cui non si può dire che la viticoltura abbia fatto parte della loro quotidianità.

Le prime vigne furono piantate del 1825, ma l’evoluzione si ebbe con l’immigrazione dei pionieri tedeschi, francesi e italiani del 1910, che s’allontanarono dalla coltivazioni degli ibridi a favore delle viti domestiche.

Il mix del terroir era spettacolare, e lo è ancora, suolo vulcanico, sole per molte ore e clima arido.

Lo start-up enoico è datato 1960 con Château Sainte-Michelle in prima fila insieme alla Columbia Winery.

Poi da lì la storia s’è velocizzata fino a giorni nostri, passando anche per la joint-venture tra Sainte-Michelle e Marchesi Antinori.

Lo Stato è segnato dal passaggio del 46° parallelo, la stessa posizione della Borgogna. Le giornate sono lunghissime, con tanta luce: non è facile trovare questa condizione in altre regioni viticole.

Questa lunga luce attiva la fotosintesi clorofilliana in modo perfetto, gli acini maturano completamente e la concentrazione dei caratteri fruttati delle uve è totale; mentre il suolo ricco di sabbia e di argilla, l’asciuttezza estiva e l’escursione termica estrema garantiscono ricchezze e complessità al vino, con apporto anche di un’eleganza sopra la media.

In queste condizioni c’è chi ha pensato di piantare il Sangiovese e di lavorarlo da solo: una sfida affascinante.

Innanzitutto hanno sfruttato a pieno la versatilità del Sangiovese, da una parte impiegandolo per ottenere dei rosati tra i più acclamati dello Stato, altri produttori lo usano insieme ad altri varietals francesi per emulare il ricordo dei Super Tuscan Wines, la cui fama non si è ancora sopita nel West enologico; poi ci sono quelli che lo usano da solo.

C’è da dire che il Sangiovese dello Stato di Washington non ha la costante fruttata di quello toscano, il suo fruttato è più espresso in marmellata di prugne rosse, in morello cherry e nel fico rosso; non mancano nemmeno note olfattive insolite come erbe aromatiche stile garrigue. Al gusto è difficile che s’avverta quella preziosa e un po’ scorbutica freschezza da ciliegia marasca, che elettrizza la rugosità tannica. Il clima apporta mitezza alla grintosità tannica e il flusso volumico del vino s’arrotonda e crea morbidezza sfumatamente sciroppose.

L’allevamento in legno (nuovo) lo completa con lo speziato, con gli effetti tostati di cioccolato fondente, di chicco di caffè, di caramello, di anice stellato, di basilico secco e di semi di finocchio selvatico.

Diventa un vino da servire non oltre i 16 °C, trascinandosi un alcool sopra i 13° che in questo modo equilibra la struttura e lo rende ideale per abbinarlo alle grigliate di carne molto in voga nei pic-nic del luogo, ma anche con sostanziose lasagne american style e con carne di anatra e maiale.

Alcune aziende? Kyra Wines, Small Wines Winery, Marchesi Vineyards, Leone Italian Cellars e San Juan Vineyards!

Che dire… Se qualcuno passasse lungo l’Oregon Trail la prossima estate magari ci fa un sosta.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)

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